involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

martedì 15 novembre 2011

IL BA’ATH COME RINASCITA


TITOLO: La Resurrezione degli Arabi
AUTORE: Michel ‘Aflaq
EDITORE: Edizioni All’Insegna del Veltro
ANNO: 2011
PAGG.: 70
PREZZO: 7 €

Ancora una volta è la Collana Gladio&Martello delle Edizioni All’Insegna del Veltro a segnalarci un’uscita interessante. Dopo aver approfondito le tematiche storico-politiche del complesso e semi-sconosciuto anti-sionismo sovietico, ma soprattutto sulla scia delle precedenti uscite monografiche relative alle rispettive figure di Gamāl Abd al-Nāser e Mu’ammar  Gheddafi, la casa editrice parmense pubblica La Resurrezione degli Arabi, un testo che raccoglie le riflessioni di Michel ‘Aflaq, l’intellettuale siriano considerato unanimemente il padre del Panarabismo. L’introduzione è affidata ad un saggio di Alessandro Iacobellis che ripercorre con un’attenta ricostruzione storica la vicenda di ‘Aflaq e del Partito Socialista della Rinascita Araba, il famigerato Ba’th. Negli Anni Trenta, l’Impero Ottomano era ormai dissolto e i grandi movimenti politici di massa europei stavano influenzando i tanti fermenti sociali presenti nel mondo meno avanzato. I Paesi Arabi rappresentavano una sorta di terra di mezzo che, come ricorda lo stesso Albert Hourani, usciva paradossalmente rafforzata dall’esperienza coloniale dei decenni precedenti: l’incremento demografico nel trentennio 1910-1940 e l’introduzione delle prime forme di trasporto meccanizzato innescarono trasformazioni nel tessuto tradizionalmente agricolo e semi-nomade delle società arabe[1], provocando un notevole afflusso delle popolazioni nelle città più industrializzate, dove stava già nascendo una nuova borghesia nazionale[2]. Questo fermento così improvviso all’interno di Paesi per lungo tempo caratterizzati da sistemi feudali e dalle dominazioni coloniali, costituì terreno fertile per l’emergere di una coscienza nazionale capace di coinvolgere tutti gli strati sociali delle nazioni arabe. A differenza di quanto avvenne in Turchia con Atatürk, però, la forte spinta modernizzatrice che caratterizzava questi movimenti politici non intendeva abbandonare la tradizione, incorporandone molti elementi all’interno delle rivendicazioni popolari, a partire dalla riscoperta della lingua e persino delle tradizioni pre-islamiche, che riaffioravano grazie alle epocali scoperte archeologiche di inizio Novecento, soprattutto in Egitto e in Siria. Tuttavia “nel nazionalismo vi era inevitabilmente un elemento islamico[3], anche se questo tendeva a non prevalere sul resto, per cercare di privilegiare lo spirito di unità nazionale anziché la frammentazione inter-religiosa, piuttosto probabile all’interno di società come quella egiziana e quella siriana, dove musulmani e cristiani coabitavano da secoli. In questo quadro è chiaro come il socialismo nazionalista teorizzato da ‘Aflaq potesse soltanto in parte trarre ispirazione dal marxismo e dal leninismo, altresì dominanti negli ambienti operai dell’Europa e negli strati proletari e contadini della Russia zarista. Difatti, nonostante la modernizzazione, il quadro politico e sociale dei Paesi Arabi tra le due Guerre era quello di territori ancora pesantemente influenzati da un Islam tutt’altro che secolarizzato e a lungo sottoposti alla dominazione imperialista straniera. Come avrebbe meritoriamente indicato Stalin ne I Principi del Leninismo, partendo dal presupposto dell’ineguale sviluppo capitalistico all’interno del pianeta intero, la lotta per l’indipendenza nazionale e per l’eliminazione del dominio straniero è oggettivamente una lotta progressiva in direzione del socialismo, anche nel caso in cui questa sia innescata da forze politiche non-marxiste o perfino borghesi. La spiritualità, estromessa nel marxismo, può dunque diventare un elemento ideologico determinante ed indissolubile dalla lotta per l’emancipazione sociale delle classi lavoratrici, delle donne e degli strati sociali più bassi nel loro complesso, come fu evidenziato dallo stesso studioso siriano Constantin Zureiq, che tentò di introdurre una particolare sintesi tra spirito di modernizzazione e preservazione delle tradizioni islamiche. Nomi altisonanti come quelli di Nasser, di Gheddafi o dello stesso Saddam Hussein, devono molto al contributo teorico di ‘Aflaq. Questo non impedì certo ad Egitto o Siria alleanze strategiche con l’Unione Sovietica che, in modo meritoriamente pragmatico e immune da dogmatismi ideologici, seppe individuare, soprattutto a partire dal 1966, in quei movimenti di liberazione nazionale una forza anti-imperialista ed anti-sionista senza pari, proprio in uno scenario geopolitico ormai prioritario e costantemente instabile come quello del Medio Oriente nel secondo Novecento.
Strategos

[1] A. HOURANI, Storia dei Popoli Arabi – da Maometto ai nostri giorni, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, pp. 333-334
[2] A. HOURANI, Storia dei Popoli Arabi – da Maometto ai nostri giorni, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, p. 336
[3] A. HOURANI, Storia dei Popoli Arabi – da Maometto ai nostri giorni, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, p. 343

giovedì 10 novembre 2011

VOGLIONO PRIVATIZZARE GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI

http://www.comidad.org/dblog/
A Berlusconi è bastato pronunciare una frasetta contro l'euro per ritornare trionfalmente sugli altari della destra "antagonista", pronta a considerarlo di nuovo un vendicatore della sovranità nazionale; omettendo con ciò il piccolo dettaglio che proprio l'attuale governo ha favorito ed accettato l'ufficializzazione della tutela del Fondo Monetario Internazionale sull'Italia. Strano che, sino allo scandalo sessuale che ha travolto Strauss-Kahn, la maggior parte degli Italiani non sapesse neppure dell'esistenza del FMI, mentre oggi se lo ritrova di colpo come padrone assoluto. Anche se Berlusconi dovesse dimettersi (ma molti non ci credono), l'attuale accordo con il FMI non farebbe per niente la fine del trattato di amicizia con la Libia; al contrario, questa tutela del FMI vincolerà anche i prossimi governi italiani.
Che Berlusconi svolga il ruolo di strumento della guerra psicologica del FMI contro l'Italia, è anche dimostrato dalla sua frase demenziale sui ristoranti pieni, che ha ottenuto immediatamente l'effetto di screditare e mettere in ridicolo ogni tentativo di demistificare lo slogan della crisi. In realtà dovrebbe essere proprio il contenuto della famosa lettera di Trichet a suscitare dei dubbi. Se si è in presenza di una carenza di liquidità, che senso ha la pretesa di Trichet di imporre ulteriori "liberalizzazioni" (privatizzazioni) che i privati non sarebbero in grado di pagare, e che quindi andrebbero a gravare sulla spesa pubblica? Come si fa poi a coniugare il pareggio di bilancio con la crescita? Non c'è mai riuscito nessuno in due secoli, ed ora si pretende che ci riesca Berlusconi?
Anche le proposte del manifesto di Confindustria non scherzano quanto a coerenza. In un periodo in cui i titoli di Stato sono a rischio di insolvenza, che senso avrebbe favorire le privatizzazioni dei beni immobili pubblici attraverso le "cartolarizzazioni", cioè l'immissione sul mercato di altri titoli tossici?
Tanto più assurdo è che si proponga di vincolare questi nuovi titoli a beni immobili, il cui valore tende oggi a scendere. E se il valore degli immobili tende a scendere, che senso avrebbe metterne in vendita altri, se non far crollare i prezzi?
Ancora più contraddittorio è che questi titoli tossici vadano a fare altra concorrenza ai titoli di Stato già in difficoltà. Si parla di "crescita" e poi si prospetta solo altra economia di carta, altra finanziarizzazione. Ma gliene frega davvero qualcosa della "crescita"?
E ancora: dopo venti anni di esperimenti a riguardo, risulta chiaro che la "flessibilità" non ha mai favorito la crescita del PIL, ma ha solo depresso la domanda interna. La flessibilità è infatti una delle cause della depressione del mercato immobiliare, dato che nessun precario può pensare a comprarsi la casa.
Adesso invece arriva persino la "flexsecurity" a presentarsi come la panacea.
Se qualcuno finora avesse pensato che flexsecurity volesse dire più o meno la sicurezza di essere licenziato, deve però ricredersi. Parole chiare e inequivocabili arrivano da una delle menti più brillanti del padronato italiano: Alberto Bombassei. Ecco come il vicepresidente di Confindustria chiarisce il pericoloso fraintendimento in una intervista su "la Repubblica".[1]
"Non bisogna cascare nel tranello mediatico" - secondo il quale il governo vorrebbe rendere più facili i licenziamenti. "In realtà - sostiene Bombassei - l'obiettivo è l'opposto: rendere più flessibili le uscite dal lavoro per stimolare le assunzioni. Invece sarebbe semplicemente ridicolo pensare che si possa aumentare l'occupazione rendendo più facili i licenziamenti".
Il giornalista, abbagliato da tanta lucidità, replica:
"Qual è la differenza?(...)"
"C'è differenza perché nessuno pensa di introdurre la libertà di licenziamento".
Tutti stavano per cascare nel tranello mediatico, solo che all'improvviso qualcuno si è ricordato che in Italia la libertà di licenziare in massa già esiste da venti anni, addirittura dal 1991, grazie alla Legge n. 223 del 1991. In base a questa legge qualsiasi lavoratore può essere posto in qualunque momento in "mobilità" andando a carico della previdenza sociale, che è pagata dagli stessi lavoratori con i contributi INPS e non, come invece sostiene Bombassei, dalle imprese.[2]
In questi venti anni le garanzie e le procedure previste dalla Legge 223/91 sono diventate automatismi, per i quali già adesso le imprese possono disfarsi di tutti i lavoratori che desiderano, mettendoli in "mobilità", cioè in cassa integrazione. Allora cosa vuole ancora Confindustria?
Siamo sicuri che questa associazione "imprenditoriale" persegua davvero obiettivi industriali, e non puramente finanziari?
Il problema infatti riguarda proprio i denari della cassa integrazione. Possibile che tutti questi soldi debbano andare ai lavoratori in "mobilità" senza passare in qualche modo per le sagge mani dei finanzieri?
In un rapporto della multinazionale finanziaria JP Morgan si legge che l'attuale gestione delle indennità di disoccupazione renderebbe i lavoratori più schizzinosi e quindi aumenterebbe la durata della disoccupazione. [3]
Per salvare i lavoratori da questo triste destino, JP Morgan ha pensato bene di entrare nel business delle indennità di disoccupazione. Negli Stati Uniti perciò i lavoratori licenziati non ricevono più l'assegno di disoccupazione direttamente dagli enti locali, ma viene data loro una "card" della stessa JP Morgan. [4]
Insomma, siamo alle grandi manovre per la privatizzazione a tappeto degli ammortizzatori sociali. La "crisi" è diventata l'alibi ufficiale del business della miseria.


 1] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/30/bombassei.html
[2] http://salerno.usb.it/fileadmin/archivio/salerno/despar/Legge_223_del_1991_Mobilit_.pdf
[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2010/03/24/jpmorgan-chase-report-say_n_512130.html&ei=aB-4TqidIcXNsgaw-MXSAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCIQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Djp%2Bmorgan%2Bunemployment%2Bbenefits%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso
[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.jpmorgan.com/cm/ContentServer%3Fc%3DTS_Content%26pagename%3Djpmorgan%252Fts%252FTS_Content%252FGeneral%26cid%3D1125855840304&ei=dyC4TvOFIozRsgbTjMXSAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=7&ved=0CFsQ7gEwBg&prev=/search%3Fq%3Djp%2Bmorgan%2Bunemployment%2Bbenefits%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

art.correlato
DAL QUOTIDIANO L’ARENA DI VERONA del 9 novembre 2011

 Le misure che saranno prese in Italia- non era bastata la recente manovra finanziaria- sono il linea con quelle già abbattutesi sulla Grecia e in passato su tutti coloro che sono finiti nelle maglie del sistema imposto dal Fmi, Bce e ora Unione europea. Un´attenta lettura della relazione del presidente del Consiglio fatta all´Ue apre scenari a dir poco inquietanti.
Le autentiche perle con le quali si vorrebbe far ripartire l´economia italiana, sono le stesse applicate in passato in America latina, in Africa, in Asia, dove hanno portato solo miseria per i più e ricchezza per pochi. Privatizzazioni in primis, qui l´obiettivo è quello non dichiarato di distruggere completamente il «sistema Italia» e ridimensionare ancor di più la forza economica nazionale. Con la scusa della libera concorrenza, lo Stato e gli enti pubblici dovrebbero mettere sul mercato beni e servizi in nome di quella libera concorrenza sempre osannata ma utopica perché alla fine prevale sempre la legge del più forte che saprà imporre le sue regole a detrimento degli stessi interessi collettivi. Una volta messi sul piatto è facile intuire nelle mani di chi finirebbero, che sono poi gli stessi che reggono le fila delle grandi banche d´affari anglo-americane. Peraltro in passato i governi Ciampi e Prodi, avevano già provveduto a svendere interi settori strategici.
Non poteva mancare il richiamo al «dinamismo delle aziende», da attuarsi entro quattro mesi, il che tradotto significa libertà di licenziamento, come se l´insicurezza del posto di lavoro fosse il volano per accrescere il benessere della popolazione. Questo per la gioia del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, il falco liberal evidentemente dimentico dei suoi trascorsi socialisti, con l´accenno al «pericolo terrorismo» che funziona sempre quando si vogliono criminalizzare eventuali proteste.
La scure liberista si abbatte anche sugli orari di lavoro, che negli esercizi commerciali saranno «liberalizzati». Poi l´affondo sulle pensioni, da sempre nel mirino di tutte le politiche neoliberiste, nonostante il bilancio dell´Inps sia in attivo e non presenti problemi. La resa italiana è totale come si può ben vedere.
Federico Dal Cortivo

domenica 6 novembre 2011

Mobilitazione nazionale a sostegno della Resistenza Libica Lealista e della Repubblica Araba Di Siria; contro la sudditanza italiana alla NATO e per la sovranità dell’Italia – Sabato 26 Novembre alla NATO di Bagnoli (Napoli)

L’operazione di guerra della NATO contro la Libia, ideologicamente giustificata con la retorica dei diritti umani e della democrazia – che in Italia ha trovato nel Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il suo maggiore ed indefesso sostenitore in quanto rappresentante più autorevole del “partito americano” – ha raggiunto l’obiettivo che fin dal primo giorno si era fissato – e che ha sempre cercato di mascherare grazie alla copertura di tutti i mass media occidentali della NATO e dei suoi intellettuali di punta – ovvero l’uccisione del capo del governo della Giamahiria Muammar Gheddafi, e dei suoi stretti collaboratori, omicidio indispensabile per ottenere quel “regime change” che le centrali del potere atlantico si erano prefissati di ottenere fin dall’inizio della guerra.
“La Libia è stata infatti vittima di un’ennesima aggressione della Nato, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d’influenza della Nato, attraverso il comando Africom), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentali scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo”. (testo ripreso da qui)

Il 20 Ottobre, il ritornello propagandistico della “protezione dei civili” si è frantumato platealmente: Muammar Gheddafi è stato deliberatamente ucciso nella sua città natale di Sirte, dopo aver eroicamente resistito fino all’ultimo, fra la sua gente, alla guerra totale scatenata dalla NATO. La dinamica della morte del Colonnello, oltre a confermare l’integrità e lo spirito libero del capo della Giamahiria, esemplifica bene quelle che sono state le caratteristiche di questa guerra criminale, ovvero una guerra a guida USA/NATO in cui i ratti libici del CNT hanno fatto solo da bassa manovalanza: i droni americani hanno individuato e sparato al convoglio su cui viaggiava il colonnello, aerei francesi sono arrivati in supporto a bombardare, truppe a terra delle SAS britanniche hanno coordinato i ribelli e gli hanno accompagnati a ridosso delle macerie: a quel punto i ratti qaedisti della NATO hanno provveduto a finire i giochi nel modo orripilante che tutti abbiamo avuto modo di vedere.
Dopo la morte di Gheddafi può cominciare ufficialmente la ripartizione della “torta libica” da parte delle grandi potenze della NATO, con USA, Francia e Inghilterra in testa; ma la resistenza lealista è tutt’altro che doma, guidata da Saif Al Islam Gheddafi e dalle tribù che gli hanno rinnovato fedeltà. E’ pertanto certo che, in un modo o nell’altro, con questa o con quella copertura giuridica, le forze militari dei paesi NATO non lasceranno la presa sulla Libia, coinvolgendo in questo compito di “stabilizzazione” anche l’Italia, che non avrà margine per sottrarsi.
La NATO ha pertanto raggiunto il suo obiettivo in Libia. Ora a chi tocca? Le mire sembrano essere tutte dirette alla Siria. “Da Marzo 2011, si è scatenata infatti la macchina mediatica della NATO contro la Siria di Assad, replicando lo stesso schema utilizzato dalla propaganda di guerra contro Gheddafi per giustificare moralmente l’intervento militare di fronte all’opinione pubblica occidentale, invocando una nuova “azione umanitaria in difesa dei civili”: Assad sarebbe un feroce dittatore autore di abominevoli repressioni contro la popolazione civile che vuole democrazia e libertà; Assad sarebbe un uomo politicamente finito odiato dal suo popolo, etc,.etc. Non importa che i disordini siano in realtà dovuti anche qui a terrorismo armato guidato da componenti esterne alla società siriana; no, le falsità dei media della NATO sono fondamentali per spianare la strada alle sanzioni economiche, alle menzognere risoluzioni dell’ONU e, in ultimo, all’aggressione militare funzionale alle mire strategiche dell’occidente euro-atlantico.Come per la Libia, l’Italia ha seguito e segue supinamente passo dopo passo l’escalation pianificata dalla NATO contro la Siria e tutto fa pensare che l’ “Italian Repubblic” non si sottrarrà a partecipare ad una nuova aggressione militare contro un paese sovrano, laico e socialista, se le verrà ordinato di farlo dai suoi padroni di Washington e Londra. E dopo la Libia e la Siria, sarà il turno dell’Algeria, o magari della Russia, come auspicato dal senatore americano, ex candidato alla presidenza, John McCain? Dove condurranno l’Italia le strategie guerrafondaie di quei paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che guidano e la fanno da padroni nella NATO?” (testo ripreso da qui)
Questo stato di sudditanza dell’Italia alla NATO e agli USA trova la sua più clamorosa ed evidente testimonianza nelle oltre 113 basi NATO-USA presenti sul territorio italiano, da dove vengono coordinate e dirette le operazioni militari nel Mediterraneo e in Africa, compresa quella di Libia.
“Come per la Libia, anche nel caso della Siria, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questo nuovo tentativo di aggressione, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste e della sovranità nazionale di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa” (testo ripreso da qui), alcuni membri del comitato promotore della mobilitazione del 30 agosto a Roma e di quella del 15 Ottobre a Milano, hanno deciso di dare continuità all’aggregazione di forze ed intenti di quella manifestazione, allargandone la piattaforma, per organizzare un nuovo presidio unitario a sostegno della resistenza lealista in Libia, della Repubblica Araba di Siria e per la sovranità dell’Italia. E’ perciò convocato un :
PRESIDIO A NAPOLI,
VICINO ALLA BASE NATO DI BAGNOLI,
SABATO 26 NOVEMBRE 2011,
DALLE 14.30 ALLE 16.30, CON CONCENTRAMENTO ALLE 15.30,
PER CHIEDERE:
1. La fine immediata di qualsiasi tipo di sostegno e coinvolgimento militare italiano in Libia e da tutte le missioni per conto della Nato e degli Stati Uniti d’America;
2.Il ritiro di tutte le forze armate americane dalle basi militari in Italia, dall’Europa e dal Medio Oriente;
3. La fine di qualsiasi tipo di sostegno dell’Italia alle azioni terroristiche in Siria e ai tentativi di destabilizzazione del paese da parte della NATO.
4. Le dimissioni dei politici italiani servi della NATO e degli USA, come Napolitano, Frattini, La Russa e Berlusconi, per violazione dell’articolo 11 della Costituzione.
PER MANIFESTARE:
1. Il nostro appoggio alla resistenza lealista e alla popolazione libica di fronte ai mercenari, ai tagliagole jihadistii, e all’occupazione della NATO.
2. Il nostro sostegno alla Siria del presidente Assad, vittima degli attacchi terroristici delle bande criminali jihadiste fomentate dall’occidente e dalle squallide campagne mediatiche dei media della NATO.
3. Al mondo, ma soprattutto al popolo libico e siriano, che c’è un’Italia che non dorme e non subisce passivamente i diktat della NATO e che si ribella alle sue logiche criminali e che disprezza i propri politici servi e traditori.
PER ADERIRE SCRIVERE A : 26novembre2011@libero.it

FONTE