involuzione

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FIRMA LA PETIZIONE
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 27 maggio 2011

Perchè adoro le donne

Appello del Movimento Donne di Serbia: No al Summit della NATO a Belgrado

La NATO, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, ha annunciato la sua intenzione di riunirsi a Belgrado il 13, 14 e 15 giugno.
Il Movimento Ženes, Donne di Serbia, richiede al governo di cancellare il summit. Se il governo non annullerà l’incontro, il Movimento Ženes lancerà un appello a tutti i cittadini affinché si mobilitino e manifestino la loro opposizione a ciò che, per il popolo serbo, rappresenta una offesa e una provocazione.
Per quanto riguarda l’aspetto formale, le date scelte coincidono (a distanza di quasi due giorni) col dodicesimo anniversario della fine (11 giugno 1999) dei bombardamenti della NATO contro la Serbia. Esse segnano il periodo dell’ “accordi di Kumanovo, un inganno che ha permesso alla NATO di entrare in Kosovo e di imporre la risoluzione 1244 dell’ONU, violata dai paesi della NATO, avendo questi riconosciuto successivamente una “indipendenza” del Kosovo che non era stata inclusa nella risoluzione.
L’incontro che si terrà a Belgrado, avviene quando la NATO bombarda Libia, uno stato sovrano e indipendente che, come la Serbia, non aveva fatto nulla, e uccide impunemente le sue donne e i suoi bambini, distrugge le infrastrutture e rovina l’intero paese. È quindi doppiamente simbolico il periodo che i  tirapiedi di Washington e di Bruxelles hanno scelto per stendere il tappeto rosso all’organizzazione terroristica del Nord Atlantico (NATO).
Nel merito, la NATO è un’organizzazione che ha mai perseguito l’obiettivo di proteggere la popolazione europe, ma ha sempre servito gli interessi politico-militari degli USA e del mondo anglossassone.
Ieri, la Nato giustificava la sua esistenza con “minaccia sovietica” e con l’esistenza del  “Patto di Varsavia”. La minaccia sovietica non esiste più, se davvero è mai esistita, e il Patto di Varsavia è stato sciolto 31 marzo 1991.
In seguito, muovendosi alla conquista dell’Europa orientale e dell’Eurasia, la NATO ha mostrato il suo vero volto che non è quello di un’alleanza di difesa delle democrazie occidentali, ma quella di uno strumento di conquista degli Stati Uniti.
Ieri la Nato ha attaccato selvaggiamente Serbia, uccidendo migliaia di suoi cittadini e ferendone decine di migliaia. Dodici anni dopo 78 giorni di bombardamenti i serbi continuano a morire, avvelenati dalle  munizioni all’uranio impoverito e dalle armi biologiche e batteriologiche. Utilizzate.
Oggi il Movimento Ženes chiede  all’attuale governo di ritornare sulla propriadecisione di ospitare in territorio serbo l’infame riunione prevista per il 13, 14 e 15 giugno. La maggioranza dei cittadini è contro l’entrata della Serbia nella NATO come si oppone all’entrata della NATO in Serbia.
Se questo incontro si svolgerà, il Movimento Ženes aderirà al vasto movimento popolare di protesta e di opposizione che sicuramente si svilupperà.
L’esigenza dei Patrioti e di tutti i cittadini che amano la libertà e la pace è chiara: la cancellazione della riunione della NATO e la mobilitazione dei cittadini.
-  No all’ingresso della Serbia nella NATO!
-  Nessun accesso alla NATO in Serbia!
Mila Aleckovic Nikolic, presidente del Movimento Ženes
http://www.zenes.org/

 

Un quesito alle mie (poche ma buone) lettrici

Leggendo questa notizia Aggredita figlia responsabile moschea di Padova mi è sorta una domanda alla quale,cercando nella rete,è difficile trovare risposta.
Si parla tanto del problema del velo o del burqua a livello legale e sociale,con motivazioni più o meno plausibili
ma raramente si ascoltano pareri femminili a proposito.
Voglio dire, tralasciando il carattere razzista della vicenda mi interessa sapere se possono esistere altre motivazioni,che so ,invidia o frustazione, che portano una donna ad agire in tale maniera,in sostanza che senzazioni prova una donna occidentale di fronte ad un'altra che indossa il velo?Se sotto il velo si nascondeva una italiana che reazione avrebbe avuto la signora oltre alla certezza di non aver capito un cazzo nella vita?
Spero di aver posto la domanda in maniera comprensibile

giovedì 26 maggio 2011

SUDsudan

di Ashai Lombardo Arop

Abyei: una storia raccontata poco e male

Dopo aver letto le quattro sintetiche righe dell'ANSA sulla presa di Abyei, da parte delle milizie nord sudanesi, avvenuta il 21 maggio 2011, ho capito che un'informazione esauriente su un argomento, dalle trame più complesse di quelle raccontate dai media più diffusi, così come la volontà da parte di quest'ultimi di ridare dignità ad un popolo martoriato, è un'utopia. Un popolo, che da più di vent'anni combatte a mani nude, in svantaggio, con nessun appoggio esterno, per ciò che considera essere il proprio diritto. La testimonianza dell'ONU, riportata dallo striminzito articolo, si esprime nei termini di “un'evoluzione rilevante”. Con quale coraggio si chiama evoluzione ciò che è un netto tornare indietro sui passi fatti di recente. Il sì di al-Bashir al referendum per Abyei era stato dato. Questo significa aver riconosciuto la voce di una maggioranza, che da anni grida all'indipendenza, alla facoltà di esercitare il proprio credo senza paura e, sì! anche di poter sfruttare liberamente le proprie risorse territoriali. Involuzione è la parola giusta, perché tornare sui propri passi e colpire a tradimento, degrada l'uomo ad un infimo livello. L'incredibile ricchezza di Abyei è stata la sfortuna del suo popolo. La fecondità del territorio, ricco di importanti corsi d'acqua, di vegetazione, di grande varietà di frutta e... di petrolio, risorse con le quali la popolazione conviveva in armonia e in rispetto delle regole dalla natura imposte, faceva troppa gola al desertico nord, che ha iniziato una repressione feroce, alla quale il coraggio e l'orgoglio dei sud sudanesi, in particolare i Dinka Ngok, non poteva non rispondere. Da qui l'inizio di un calvario di povertà, fuga, morte e solitudine di un popolo ricco, che per più di vent'anni ha dovuto rinunciare a ciò che di diritto gli spettava, come il godere del suo territorio e il professare la propria fede. La guerra del petrolio è la guerra del governo di Khartoum, degli Stati Uniti d'America, dei Paesi Arabi e di tutte le potenze che hanno poggiato sopra a questo massacro i propri disgustosi interessi. Ma ci sono uomini e donne, che ancora vivono secondo un criterio collettivo, privilegiando la comunità al singolo; che ancora ascoltano e rispettano i consigli dei saggi anziani e i racconti dei propri antenati, come una parte importante della propria storia. Donne e uomini, che praticano l'ospitalità e la relazione con l'altro, come legge divina. Mio padre, dinka ngok di Abyei, mi raccontava, che chiunque bussi alla porta di un dinka, a qualsiasi ora del giorno o della notte, deve poter essere accolto con cibo, acqua e un posto per riposare. Ad Abyei, a Juba, in tutte le zone del sud dove ancora è forte la cultura tradizionale, al di là delle religioni imposte e dei fittizi confini politici, vige un immenso orgoglio e rispetto per leggi secolari, che fino alla dipartita del governo coloniale, hanno mantenuto, nel bene e nel male, intatta la rete sociale, politica ed economica della comunità e soprattutto uno status generale di pace e rispetto reciproco; anche fra nord e sud, anche fra Dinka Ngok e Massiriya. Andare ad imporre a tale comunità nuove regole, filosoficamente e praticamente in totale contrasto con quelle vigenti da secoli, con strumenti di repressione e senza possibilità di pacifica replica, significa creare confusione dove c'era equilibrio e contrasto dove c'era alleanza. Significa guerra.
La guerra tra nord e sud è stata soprattutto una guerra di sopraffazione e autodifesa, in continui tentativi da parte del governo centrale di imporre leggi incompatibili con il carattere, gli usi e i costumi del popolo del sud. E di questo popolo fa parte anche Abyei, perché sono i cittadini di Abyei che lo affermano. E questo lo apprendo ogni giorno dalle loro bocche. Sicuramente la guerra è guerra e anche l'SPLA ha le mani sporche di sangue; ma la vera identità di questa gente, le ragioni che hanno portato un popolo pacifico alla lotta armata, nella moderna comunicazione da fast-food non si ha il tempo o lo spazio per raccontarle. Soprattutto nel nostro paese, che ancora considera l'Africa non più grande di un ghetto di periferia.
La storia dice che i Dinka Ngok hanno abitato la regione di Abyei per secoli. L'immigrazione araba nel Sudan è avvenuta solo nel XV secolo d.C., tra cui c'era la tribù dei Baggara.
Dinka Ngok, Baggara e le altre tribù della zona, hanno vissuto in pace per tutto il periodo coloniale, con accordi precisi sulla divisione dell'acqua e del petrolio. Quando il governo coloniale britannico lasciò il Sudan, nel 1956, l'amministratore di zona diede la possibilità al governatore di Abyei, Deng Majok Kuol Arop, di scegliere se far parte del Kordofan o di Bhar-el-ghazal, le due zone confinanti rispettivamente a nord e a sud. I governatori dell'area di Bhar-el-Ghazal consigliarono Deng Majok di tornare al sud; già prevedevano che l'amministrazione che stava per salire al potere sarebbe stata filo-araba e avrebbe discriminato i Dinka Ngok. Deng Majok ascoltò i loro consigli, ma scelse comunque di affidare Abyei al Kordofan, in buona fede, in nome di una secolare amicizia con la famiglia Nimir Ali Julla, all'epoca guidata dal comandante Babo Nimir e nella speranza di dare ai suoi cittadini la possibilità di strutture scolastiche migliori, dove educarsi. Si è fidato di anni di convivenza e di pace e, prima di morire, ha dovuto pentirsi della sua scelta di fiducia, vedendo realizzato tutto ciò che gli era stato preannunciato. Ai numerosi attacchi violenti, il popolo di Abyei ci mise tempo a reagire. Inizialmente cercò di affidarsi alla giustizia e al governo, di cui avrebbe dovuto far parte e da cui sarebbe dovuto essere rappresentato e difeso. Ma il governo di Khartoum ci mise poco ad appoggiare le rivolte dei Baggara contro i Dinka Ngok. Quando nel 1965 Abyei fu data alle fiamme e i Baggara bruciarono case e raccolti, Deng Majok vide con i suoi occhi l'esercito del governo di Karthoum, mandato sul luogo per ripristinare la pace, istigare i Baggara a perpetrare il rogo. Quando al-Sadig al-Mahdi ascese al potere nel 1966, fornì immediatamente i Baggara con armi più sofisticate; la maggior parte di loro erano ex soldati dell'esercito sudanese; tali armi, a partire da quel momento, furono utilizzate contro i Dinka Ngok. Da quel momento nacque l'esercito di morte conosciuto come Murahillin, che stazionò ad Abyei dal 1965, perpetrando la pratica che prese il nome di “cold blood killing” (uccisione a sangue freddo).
A livello burocratico, gli abitanti di Abyei sono sempre stati trattati come parte del sud, vedendosi negato anche il diritto di frequentare le scuole del nord ad esempio, al quale sarebbero dovuti appartenere. Addirittura le milizie del “cold blood killing” assalivano soprattutto gli studenti, obbligati ad attraversare la foresta per tornare da scuola, così da scoraggiare la popolazione a proseguire nella propria istruzione ed averne garantita una più facile sottomissione a proprio vantaggio, contando su future generazioni ignoranti. Gli attacchi dell'esercito Baggara ai Dinka Ngok, in quegli anni sono stati sempre attacchi alle spalle: ai contadini obbligati ad attraversare certi percorsi, durante la stagione delle piogge o a gruppi di persone in cerca di aiuto. Un evento clamoroso successe all'inizio del 1965, quando duecento pacifici Dinka, residenti a Babenousa e Mugled, fra i Baggara, raccolti dalla polizia per essere protetti, furono bruciati vivi nelle rispettive stazioni di polizia delle due città, in presenza degli agenti1. Questo è solo un frammento di una storia complessa, ma bisogna raccontare la storia per capire il presente. Altrimenti, si tenderà sempre a credere che il selvaggio, bifolco, muccaro africano del sud, nella sua brutale ignoranza ha perpetrato una guerra ingiustificata, fino a che l'uomo civilizzato non lo è andato a salvare. Mio zio, quando gli chiesi di recente perché, nonostante gli avessero offerto un impiego al Vaticano, fosse deciso a tornare ad Abyei e lavorare lì, incurante dei rischi a vivere in un luogo all'ombra di una guerra irrisolta. Egli mi rispose: “per avere la pace, a volte si deve fare la guerra”. Mio zio, sacerdote, mediatore culturale nel dialogo fra mussulmani e cattolici, pluri-laureato; uomo imponente, distinto orgoglioso, ironico...come mio padre, come tutti i Dinka, familiari e amici, che ho conosciuto. Ancora, nell'immaginario collettivo e a conseguenza di una diffusa ignoranza su questa vicenda, si crede che il sudanese del sud sia solo un selvaggio guerrafondaio o un ignorante vittima del proprio stesso popolo, in attesa di braccia occidentali, a dargli da mangiare come a un neonato maialino, sporco di placenta in una porcilaia. La maggior parte dei Dinka Ngok, nativi di Abyei, fondatori dell'SPLA, sono laureati, poliglotti e guidati da grandi ideali. Il popolo Dinka è un popolo libero, pacifico e, un popolo libero e pacifico è un popolo che sa lottare per la propria pace e libertà, quando se ne presenta il caso, perché non riesce a concepirsi al di fuori di questi valori. Un popolo che, invece, non ha come valori primari pace e libertà è un popolo soggetto a facile giogo, che si rimette alla legge del più ricco e non del più giusto, pronto ad abbassare la testa per un misero tozzo di pane. Un popolo senza ideali di libertà e pace è un popolo che manda a morire giovani mercenari in guerre che non appartengono loro, per proliferare i propri interessi, nascondendo i loro soldati dietro nomi fasulli, come “forze di pace”. Il popolo Dinka si è lanciato a corpo nudo contro i carri armati, ha scagliato lance contro proiettili; proiettili contro bombe; non ha delegato nessuno, si è schierato in prima linea, senza distinzione di classe sociale. Laureati e pastori, ambasciatori e contadini, donne e uomini hanno combattuto questa guerra. Facile puntare il dito e poi nascondersi, noi italiani lo sappiamo bene che significa. Sicuramente non sappiamo che significa ribellarsi ad un governo che impone leggi ingiuste, ne raggiungere il cento per cento del quorum ad un referendum. Eppure abbiamo tutti i confort; lamentiamo povertà e abbiamo la media di 2/3 automobili a famiglia; e poi treni, aerei, infrastrutture, e non riusciamo a scendere di casa per apporre, una delle poche possibilità che abbiamo, per diritto, di far sentire la nostra voce: un voto. Il 9 gennaio 2011 è stata data questa possibilità al popolo del sud Sudan e, forse perché sofferta, forse perché in un luogo dove niente si può dare per scontato e per tutto si deve combattere, forse perché a un popolo dove i bambini non sono viziati e gli adulti non possono permettersi di essere pigri; fatto sta, che il cammino è iniziato giorni e giorni prima, per arrivare in tempo ad apporre il proprio voto. A dorso di mucche, asini, cammelli; a piedi, scalzi. Con figli sulla schiena, sul petto nelle braccia; sotto il sole cocente dell'Africa equatoriale, la gente è andata, guidata da un unico miraggio comune e ha raggiunto il cento per cento della propria occasione di applicare un diritto. Che ne sappiamo noi, prostrati davanti all'ultimo prodotto televisivo di un volgare dittatore, sotto le mentite spoglie di un sarcastico pagliaccio, mossi dal desiderio di annientarlo unicamente per il più forte desiderio di prendere il suo posto. Chi sono i bifolchi, i selvaggi, i guerrafondai? Se non chi lascia che i massacri avvengano di nascosto dai loro occhi colpevoli e consapevoli; in sordina. Le guerre non si fanno solo con lance e mitragliette. Perché di caduti, nella nostra terra, ce n'é a bizzeffe, di gente in ginocchio per il male governo: anziani, giovani laureati, precari a vita, portatori di handicap di varia natura, piccoli stipendiati, operai, contadini. Tutti massacri silenziosi, avvenuti in un rispettabile paese, dove vige la legge del taglione.
Quando chiesi a mio padre, perché il popolo Dinka aveva rifiutato una religione monoteista per accettarne un'altra. Forse non era lo stesso tentativo di inculturazione da parte di un potere esterno e indifferente alle credenze e alla tradizione della comunità? Egli mi rispose così: “Quando il mussulmano ci parlò della Shari'a, ci disse che le mani dei ladri sarebbero state tagliate. Ma nella nostra famiglia, che era molto molto ricca, possedevamo tante mucche più degli altri, un giorno un povero venne a rubare. Noi sapevamo che era povero e facemmo finta di non vedere”; e poi mi disse: “quando i Padri della Chiesa vennero a parlarci di Cristo, ci dissero 'Dio è verità'. In dialetto dinka Dio si dice Nhialyic, che vuole dire 'Dio è verità'. Il prete ci parlò poi di Mosé, che divise le acque del Mar Rosso e di una vergine che si sacrificò perché il suo popolo potesse trovare la fede. L'antenato dei Dinka Ngok è Jok, che portò sua nipote, Ashai, una vergine, al fiume. Dopo aver lasciato da un po' la riva, Jok lasciò la mano di Ashai e lei si lasciò scivolare in fondo al fiume. In quel momento le acque si divisero, il popolo Dinka poté passare dall'altra sponda e fu salvo. Come vedi” continuò mio padre, “i cristiani ci raccontavano una storia simile alla nostra e decidemmo, che il nome della religione non importava, importava solo il suo credo”.
 1. Alcuni dettagli storici spno estrapolati da “Abyei: the chickens come home to roost”, di Charles Deng, pubblicato sul sito sudaneseonline.com il 28 luglio 2005.

 

Gli "indignados"nostrani

di Mariavittoria Orsolato 





Ennesima defezione per il Tg1 di Augusto Minzolini: dopo Maria Luisa Busi, Tiziana Ferrario, Piero da Mosso, Raffaele Genha, Paolo Di Giannantonio e Massimo de Strobell, anche la conduttrice dell’edizione notturna e storico volto della cronaca, Elisa Anzaldo, ha formalmente rassegnato le dimissioni dal suo incarico. La motivazione è sempre la stessa ovvero l’incompatibilità deontologica con la linea editoriale del direttore, argomentata con due diverse lettere, la prima delle quali recapitata il 19 Aprile scorso, alla quale ha fatto seguito la seconda, pochi giorni fa.
“Non posso più rappresentare un telegiornale che ogni giorno rischia di violare i più elementari doveri dell’informazione pubblica come equilibrio, correttezza, imparzialità e completezza dell’informazione - ha scritto la giornalista catanese, in una missiva recapitata al direttore Minzolini - e per motivi professionali e deontologici non ritengo più possibile mettere la faccia in un tg che fa una campagna di informazione contro”.
La Anzaldo chiedeva perciò di essere sollevata dalla conduzione in quanto non era più disposta a “mettere la faccia” in un giornale che deliberatamente distorce l’agenda informativa a favore della maggioranza di governo.
Quello di martedì è stato però solo l’epilogo di una vicenda iniziata, appunto, lo scorso 19 aprile, quando il noto mezzobusto del tg dell’ammiraglia Rai aveva scritto la prima lettera al suo direttore contestando dettagliatamente una “scomparsa dei fatti” a suo parere assolutamente sistematica e funzionale al gioco di Berlusconi. Dal Rubygate al palese disinteresse per lo scandalo milanese dei manifesti sui pm brigatisti, fino all’assurdità giornalistica del servizio che accomunava il rinvio a giudizio dell'ex segretario del Quirinale Gifuni con l'arresto del prefetto Ferrigno per reati sessuali.
Queste solo alcune delle accuse (più che circostanziate) che, forse proprio in ragione della loro natura, non hanno ricevuto risposta dal “direttorissimo”, se non con il fatto che per lui, Augusto Minzolini, quelle non erano semplicemente notizie. Perciò le “tesi” di Elisa Anzaldo sono state replicate in data 11 maggio e poi affisse direttamente alla bacheca del Tg, per non lavare i panni sporchi in una casa come la Rai, che per quanto appaia blindata rimane sempre di proprietà pubblica.
A spingere la giornalista a divulgare la querelle interna alla redazione è stato il soliloquio di Berlusconi trasmesso dal Tg1 - e da tutte le altre testate, escluse Tg3 e tg La7 - lo scorso venerdì: l’ennesima recidiva del primo Tg italiano, in spregio alla par condicio, é costata 250.000 euro alla rete e nel comitato di redazione sono stati in molti a esternare il loro malcontento tempestando la bacheca di redazione con messaggi di sfiducia al direttore.
In ballo infatti, oltre alla fuga in massa di giornalisti valenti, c’è anche quella del pubblico che sempre più spesso decide di cambiare canale e sintonizzarsi - nella maggior parte dei casi - sul telegiornale di Enrico Mentana. Se infatti una volta il Tg dell’ammiraglia Rai era considerato uno dei pochi, se non l’unico, gatekeeper affidabile, ora sotto la direzione di Minzolini la scelta dell’agenda ricalca l’iper-faziosità e l’anti-deontologia per eccellenza del tg4 di Emilio Fede.
Scontato dunque che i telespettatori abbandonino la fidelizzazione verso mamma Rai e volgano il loro interesse verso testate che, per quanto pur sempre parziali nella loro agenda, rispettano per lo meno la salienza delle notizie.
La proposta di modifica dell’articolo 1 della Costituzione da parte del deputato Pdl Remigio Ceroni, così come l’arresto di due assessori leghisti, secondo il direttorissimo non sono cronache meritevoli di nota sull’ammiraglia dell’informazione pubblica, e non importa che giornali, testate online e televisive abbiano dedicato intere pagine alle vicende. Il criterio di selezione delle notizie di “Minzolingua” - come viene parodisticamente apostrofato - non risponde ai dettami della deontologia professionale ma ha come unico e solo referente il premier e quello che a quest’ultimo può giovare in termini di immagine pubblica.
Non si spiegherebbe altrimenti la scomparsa dei servizi sulla Napoli sommersa dai rifiuti o sul rinvio a giudizio dell’ex commissario della Protezione Civile Bertolaso. Ma per Minzolini la frustrazione e le conseguenti dimissioni della Anzaldo “E’ una cosa che riguarda lei”.
La risposta del direttore del Tg1 al gesto dell’Anzaldo, per quanto nelle intenzioni mirasse di certo a liquidare sbrigativamente la pruriginosa vicenda, inquadra indirettamente il problema che sta alla base delle continue defezioni dalla sua testata. La coscienza professionale di un giornalista non dovrebbe essere cosa facilmente svendibile al potente di turno - come lo è stato per Minzolini e per i tanti, troppi volonterosi epigoni - ma impone di opporsi, e naturalmente di imporsi, ogni qual volta si senta intimamente che qualcosa non va.
Elisa Anzaldo ha percepito a livello epidermico la paradossalità del fare informazione senza informare ed ha agito di conseguenza, rivendicando il suo ruolo professionale in seno a quell’articolo 21 della Costituzione che indica il diritto dei cittadini ad essere informati in modo ampio e completo. I giornalisti veri, come Elisa Anzaldo, sono a ricordarlo anche ai ruffiani più impenitenti.
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martedì 24 maggio 2011

Un bel tacer non fu mai scritto

Come diceva sempre mio padre "un bel tacer non fu mai scritto" e aveva ragione da vendere nel senso che spesso si parla a sproposito, si giudica o si  pontifica sull'operato altrui senza averne i requisiti o una conoscenza precisa delle motivazioni che portano a determinate scelte.
Mio padre,origini contadine,uomo tutto di un pezzo,dal carattere tipicamente friulano,taciturno quanto operoso,orgoglioso delle sue origini e poco incline ai compromessi, era favorito in questo approccio filosofico con la comunicazione.Egli ,e con lui mia madre,ha sempre lasciato ai suoi figli libertà di scelta nelle cose che lui riteneva importanti nella vita,la famiglia in primis e poi il lavoro elargendo ogni tanto qualche consiglio ricavato dalla sua personale esperienza ed imprimendoci nella mente qualche paletto educativo quale l'onestà,anche intellettuale,il rispetto per se stessi e di conseguenza verso il prossimo,la dignità personale ma anche collettiva e qui si intuisce del perchè la comunità friulana nel momento del bisogno diventa un tutt'uno.
Ho fatto questa premessa per ribadire l'affetto e la stima che nutro tuttora nei confronti dei miei genitori anche se fisicamente non esistono più ma che io porto sempre con me e ripenso a loro ogniqualvolta io debba prendere una decisione o fare una scelta.Ho ereditato molto del carattere di mio padre ed è così che dico alla Titty e a Ghigo "vi voglio bene,stronzi" ^-^
http://www.youtube.com/watch?v=8lmVZstFqlU&feature=player_embedded


lunedì 23 maggio 2011

Se pure i cinesi lavorano per i massoni..........

Liberi "nella rete",la DIASPORA consapevole

Nasce Diaspora, il social network libero

by Daniele 
Il mondo virtuale di Internet rispecchia in pieno ogni pregio e difetto del mondo reale.
Al giorno d’ oggi il Web permette di svolgere quasi ogni attività, dalla compravendita di prodotti alla condivisione di filmati e documenti, oppure può offrire luogo di incontro tra utenti di diverse realtà, permettendo scambio reciproco e diffusione di notizie.
Per questi ed altri motivi possiamo considerare il Web una vera innovazione sociale oltre che tecnologica, che se sfruttata al meglio può davvero diventare strumento utile per lo sviluppo sociale. Tuttavia, così come nel mondo fisico, dove vi è la possibilità di rivolgersi ad un vasto e vario pubblico la macchina dell’ economia non perde l’ occasione di scendere in piazza, rendendo così anche la rete soggetta alle dure leggi del capitalismo e del business.
Ed è così che sono venute a sorgere le prime discussioni in merito di diritti d’ autore, software proprietario, e tutte quelle pratiche giuridiche-economiche in ambito informatico nate per scopi lucrativi e che finiscono per danneggiare la macchina culturale che è Internet.
A dimostrazione di ciò basti pensare al recente acquisto di Skype da parte della Microsoft Corporation, che molti pensano potrebbe portare all’ estinzione della versione Linux del famoso software per la comunicazione VOIP.
Di soluzioni a questi problemi ne conosciamo tante, come appunto il sistema operativo Linux gratuito e open source o i nuovi progetti in termini di copyleft e libertà digitali; ma ciò che forse ancora sconosciute ai più e poco divulgate sono le problematiche recenti nate nel mondo dei Social Network.
Facebook è secondo le stime il secondo sito più visitato al mondo dopo Google e può vantare la bellezza di 500 milioni di utenti iscritti (se fosse un Paese sarebbe il terzo per popolazione dopo India e Cina).
Come ben sappiamo la famosa azienda fondata da Mark Zuckerberg offre un servizio di iscrizione gratuita e la possibilità di gestire un profilo con foto, video e fattorie di animali senza spendere neanche un soldo; la domanda quindi sorge spontanea: come fa Facebook a finanziare gli enormi costi dovuti innanzitutto alla manuntenzione dei galattici server contenenti quasi 3 miliardi di foto e a pagare tanti impiegati quanti la metà della popolazione italiana, considerando che il fatturato registrato l’ anno scorso è stato di ben 1.1 miliardi di dollari?
Secondo recenti ricerche la risposta sta in un accordo stipulato tra il colosso informatico e le aziende di marketing, alle quali vengono venduti i nostri dati personali e altre informazioni su di noi per utilizzarli nella creazione di campagne pubblicitarie a seconda del target.
Pochi sanno infatti, che secondo i termini del contratto di iscrizione al servizio, all’ accettarlo l’ utente da a Facebook l’ esclusiva proprietà di tutte le informazioni e le immagini che vengono pubblicate; inoltre Facebook viene autorizzato non solo all’ uso ma anche al trasferimento a terzi dei nostri dati sensibili; e dato che il 90% della popolazione al momento di un iscrizione online non legge il contratto, Facebook può vendere questi dati senza altro nostro consenso.
Oltre ai dati personali inoltre, più volte è stato riscontrato che alcune applicazioni quali sondaggi o simili sono create dalle stesse aziende allo scopo di ottenere l’ informazione da loro richiesta. Ovviamente la maggior parte delle volte Facebook ha ribadito che non era a conoscenza del fatto, scaricando la colpa sulle aziende.
Da notare è anche il fatto che una volta iscritti non abbiamo modo di re-impadronirci dei nostri dati, nemmeno con la cancellazione dell’ account, perchè questo non permette l’ eliminazione totale dei dati, che rimarranno immagazzinati per sempre sui server di Facebook fin quando essi lo riterranno necessario.
Per far fronte a questi problemi è nato Diaspora, un nuovo social network ideato da studenti della New York University, il cui obiettivo è creare un sistema decentrato e sucuro, contribuendo a proteggere la privacy degli utenti e con un software libero e open source.
L’ innovazione di Diaspora sta proprio nel suo funzionamento, infatti ogni conputer su cui Diaspora sarà installato diventerà un “pod” indipendente, e il nostro profilo con le nostre informazioni personali rimarranno sulla nostra macchina senza venir divulgate ad altri senza il nostro consenso.
Inoltre se vogliamo o se non abbiamo la possibilità di creare un server nostro potremo fare affidamento a server terzi di nostra “fiducia” su cui installare i nostri profili.
Ora però Diaspora è ancora in fase di test, perciò non disponibile a tutti gli utenti; almeno fino a quando questa fase si condluderà e allora sarà disponibile a tutti.
In Italia alcuni ragazzi dell’ università di Pisa stanno contribuendo a questo progetto, per esempio nell’ implementazione di servizio VOIP sul social network (tra l’ altro non presente neanche su Facebook). Inoltre per chi volesse provare questa fase alfa di Diaspora può farlo registrandosi a http://diaspora.eigenlab.org/.
Contribuire a questi progetti (con la semplice iscrizione o partecipando attivamente) significa sostenere quello sviluppo sociale e tecnologico che è lontano dai riflettori della moda e del business, ma nel quale non essendo sottoposti alle politiche di mercato si può lavorare per il semplice scopo che è la ricerca di conoscenza dedita al progresso scientifico, morale ed umano.
fonte

venerdì 20 maggio 2011

Giovani spagnoli come i Grillini?No,sono più Islandesi

19 maggio 2011 El País Madrid

Venti islandesi sulla primavera spagnola

Una mattina di ottobre del 2008 Hördur Torfason si avvicinò a quello che gli islandesi chiamano Althing, il parlamento situato nella capitale Reykjavík. All'epoca la più grande banca del paese, il Kaupthing, aveva fatto crack, e il sistema finanziario islandese era sottosopra. Torfason, chitarra in spalla, collegò un microfono e aprì un canale attraverso il quale gli islandesi potevano esprimere il loro malessere nei confronti del drammatico stato del paese.
Il sabato seguente l'iniziativa di Torfason aveva già radunato decine di persone. I sabati dell'autunno 2008, legati al movimento Voci del popolo, portarono allo scioglimento del parlamento, il 23 gennaio 2009, e all'organizzazione di nuove elezioni. Le voci pacate dei cittadini islandesi hanno viaggiato fino ad arrivare tra le migliaia di dimostranti riunitisi in diverse città spagnole domenica 15 maggio: "La Spagna in piedi, una nuova Islanda" e "il nostro modello è quello islandese" sono stati alcuni degli slogan scanditi durante le manifestazioni.
Gli islandesi non si sono fermati lì. Hanno scosso le fondamenta del governo, hanno dato la caccia ai banchieri responsabili della bancarotta e hanno detto no al referendum sulla restituzione al Regno Unito e ai Paesi Bassi dei quattromila milioni di euro di debiti contratti dalla banca Icesave. Inoltre hanno formato un'assemblea di 25 cittadini eletti per mettere a punto una riforma costituzionale. Una rivoluzione silenziosa, nascosta dal protagonismo mediatico delle rivolte arabe che l'ingovernabile canale dei social network si è incaricato di trasmettere.
Ma non solo di Islanda, un paese di appena 320mila abitanti, vivono gli spagnoli che chiedono una democrazia reale. ¡Democracia Real Ya!, l'organizzazione che raggruppa i movimenti di protesta, propone infatti 40 punti per il cambiamento, che vanno dal controllo dell'assenteismo parlamentare alla riduzione della spesa militare, passando per l'abrogazione della legge Sinde. A Dry hanno già aderito circa 500 organizzazioni di ogni tipo, ma nessun partito e nemmeno i sindacati. I fronti della protesta si moltiplicano senza un filo conduttore, come fecero a loro tempo tutte le sigle che finirono sotto l''ombrello dell'antiglobalizzazione o antimondialismo (Attac appoggia la protesta spagnola), e che oggi, a dieci anni dal Social forum di Porto Alegre, agiscono in un contesto ancora più limitato di quello affrontato in occasione del Forum economico mondiale di Davos.
Oggi la protesta va avanti a velocità di crociera, attraverso una rete che ha moltiplicato l'eco del malessere e ha aperto il cammino al cyberattivismo di collettivi come Anonymous, già protagonista della campagna in difesa di Assange con attacchi a Paypal e Visa e attivo anche all'inizio delle rivoluzioni arabe aggirando la censura delle dittature di Egitto e Tunisia. La primavera araba è sbocciata e ha raggiunto il suo pieno vigore mentre i giovani francesi, italiani, britannici e greci scendevano in strada per protestare contro i tagli allo stato sociale. La Spagna invece aspettava ancora.
Prima è arrivata Nolesvotes (Non votarli), iniziativa che invita al boicottaggio di Pp, Psoe e Ciu, accusati di approfittare della legge elettorale per rimanere sempre in parlamento, con "livelli di corruzione allarmanti per la Spagna". In seguito si sono aggiunti gli appelli al parlamento di movimenti come Avaaz o Actuable per avere liste elettorali libere da politici imputati. Infine i circa duemila giovani che hanno partecipato alle manifestazioni di Juventud sin Futuro (gioventù senza futuro) dello scorso 7 aprile, una prova in scala ridotta di quella che il 15 maggio è diventata un'esplosione popolare in diverse città spagnole.
"Da grandi vogliamo essere islandesi!", gridavano i promotori della manifestazione di domenica scorsa, alla guida di una colonna di giovani e meno giovani, padri e figli, studenti e lavoratori, disoccupati e pensionati. In Islanda i sabati che hanno realizzato il cambiamento chiesto dai cittadini sono stati molti. In Spagna, per il momento, alla domenica è seguito un martedì. Ma la strada è ancora lunga.  

"Errore di sistema". Manifestazione di ¡Democracia Real Ya! a Madrid, 17 maggio.
"Errore di sistema". Manifestazione di ¡Democracia Real Ya! a Madrid, 17 maggio.
Dopo mesi di apatia, alla vigilia delle elezioni amministrative i giovani spagnoli hanno dato vita a un movimento di protesta che si ispira a quello che ha fatto cadere il governo di Reykjavik dopo la crisi del 2008. 

La politica ha paura

La politica ha paura
Il movimento 15-M prende il nome dalle manifestazioni che il 15 maggio hanno visto migliaia di studenti, pensionati, lavoratori mal pagati o cittadini insoddisfatti scendere in piazza in una cinquantina di città spagnole al grido di “Non eleggeteli”. Rispondendo all’appello della piattaforma Democracia Real Ya, si sono mobilitati tramite social network come Twitter (#Spanishrevolution o #nolesvotes) e Facebook. Gli organizzatori della manifestazione hanno deciso di ripetere le proteste ogni sera, fino a domenica 22 maggio, quando si terranno le elezioni amministrative e regionali. Il 18 maggio la commissione elettorale ha dichiarato illegale un raduno alla Puerta del Sol, a Madrid, in quanto  potrebbe “influire sulla campagna elettorale”. Ma gli “arrabbiati” hanno deciso di portare avanti comunque l’occupazione della piazza.
“Fuorilegge!”, titola Abc. Il quotidiano conservatore ritiene che effettivamente “ci siano buoni motivi per essere scontenti a fronte della crisi”, ma che “obiettivamente” ne è responsabile “un governo di sinistra” e non il “sistema” messo in discussione dai manifestanti. Questi ultimi, “sociologicamente di sinistra”, non chiedono “alternanza ma rottura, ovvero un modo per limitare, deformandolo, il quadro democratico: o la sinistra o la riforma del sistema”.
“Il governo autorizza la manifestazione vietata e il Psoe appoggia le proteste”, denuncia El Mundo. Sull'altro quotidiano conservatore Victoria Prego sottolinea che “in modo alquanto sorprendente, i manifestanti non indirizzano le loro proteste contro il governo ma contro il sistema, senza identificare i colpevoli”, contrariamente all’opinione pubblica, che nei sondaggi considera il governo responsabile dell’attuale crisi. Ma, aggiunge Prego, i leader politici non si sono preoccupati dei cittadini comuni, “perché non sono scesi in strada, che è proprio ciò che spaventa a morte i nostri dirigenti”.
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giovedì 19 maggio 2011

E lo stato latita su Vittorio Arrigoni

Jewish Chronicle: storico britannico, ‘Che gioia la morte di Vittorio Arrigoni’ 

LONDRA - L'editoriale scandalo di Geoffrey Alderman, storico di Oxford e collaboratore del Times: «Arrigoni era un anti-sionista. Neanche l'uccisione di Osama mi ha dato più soddisfazione»
«Pochi eventi - persino l'uccisione di Osama Bin Laden - mi hanno reso più felice nelle ultime settimane della morte del cosiddetto "attivista per la pace" Vittorio Arrigoni». La frase shock non è di un estremista, ma di Geoffrey Alderman: uno degli storici più apprezzati in Gran Bretagna, specializzato in Storia moderna britannica e nella storia politica di Usa ed Europa.

LO STORICO INGLESE
Studi a Oxford, Presidente del Consiglio accademico dell'Università di Londra fino al 1994, cattedra a Buckingham, Alderman è anche autore di 15 libri, diversi dei quali dedicati alla storia della comunità ebraica in Inghilterra. Nel 2006 ha vinto il dottorato di ricerca più alto all'Università di Oxford, vista la sua attività nel campo della storia moderna Anglo-ebraica. Oggi, oltre a insegnare Storia Contemporanea, scrive saltuariamente per il Guardian, per il Times e per l'inglese Jewish Chronicle, uno dei più prestigiosi giornali ebrei.
«QUESTO NON ERA UN "PACIFISTA"»
Proprio su questo giornale firma l'editoriale intitolato «Questo non era un "pacifista"». Nel testo Alderman descrive la sua «gioia» per l'uccisione dell'attivista italiano rapito e ucciso dai terroristi palestinesi il 14 aprile nella Striscia di Gaza.
Già quand'era in vita Arrigoni aveva diviso il web per le sue posizioni fortemente pro-palestinesi e anti-israeliane. Ma nessuno era arrivato ad augurare la sua morte. Anzi, la sua uccisione, scrive Alderman, «è stata subito rappresentata dai media occidentali come un affronto al mondo civilizzato. Persino Hamas si è unita al cordoglio e allo sgomento internazionale».
«UN CONSUMATO ODIATORE DI EBREI»
Tuttavia, continua, «la verità è molto diversa. Vittorio Arrigoni, attivista dell'International Solidarity Movement, è andato a Gaza per aiutare i palestinesi a rompere il blocco navale israeliano. Come tifoso di Hamas lui era un consumato Jew-hater (letteralmente: odiatore di ebrei)». In realtà Arrigoni aveva solo partecipato nel 2008 alla Freedom Flottilla, la missione internazionale che portò via nave aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.

«L'OCCASIONE PER FARE FESTA»
Alderman cita la pagina Facebook di Vittorio: «Conteneva non solo i soliti insulti contro Israele ma esplicite invettive anti-semite, che in parte rifletterebbero la sua formazione cattolica». Lo storico rincara la dose: «In questo caso, la gioia è stata azzoppata dai dissensi riconducibili all'odio verso Israele». E poi l'affondo finale: «La morte di un consumato odiatore di ebrei dovrebbe essere sempre l'occasione per fare festa».



Fonte: www.vanityfair.it

Nota della Redazione: L'articolo di questo per cosi' dire storico conferma che il mandante dell'omicidio di Vittorio e' il regime israeliano. Altra questione da notare, il vergognoso silenzio delle autorita' italiane che non hanno nemmeno il coraggio di difendere la dignita' di colui che e' stato un vero e proprio eroe.

 

REFERENDUM-Il colpo di grazia


Alfonso Mandia

19 / 5 / 2011
Quello che sta succedendo in questi giorni potrebbe davvero essere l’inizio di un cammino nuovo, per questo paese.
Berlusconi, che a Milano ha perso il cinquanta per cento delle preferenze personali, tanto per dirne una, è messo niente bene, e quotidianamente vede il suo governo spappolarsi lentamente ma inesorabilmente, con la credibilità personale che ha ormai lo stesso valore di un fazzoletto usato e pochi servi rimasti lì a difendere il signore di un castello che cade in pezzi ad ogni colpo di vento, hai voglia a fare il tiro al piccione cercando di trovare un capro espiatorio sul quale poter scaricare la responsabilità della disfatta o far fare i giochetti di prestigio con i numeri al povero Cicchitto per far passare la cazzata che in fin dei conti è finita pari e patta.
I suoi compari della Lega, che perdono pezzi dappertutto anche loro, si son dovuti render conto che forse a essere “alleati di ferro” , specie quando si tratta di avere a che fare con uno come il Sultano di Arcore, non val trppo la pena, e davanti all’evidenza delle telefonate arrivate a Radio Padania si son ritrovati all’improvviso a fare i conti con una non esigua fetta di militanti della base incazzati come i picchi, con la conseguente presa di coscienza di essersi giocati l’autosufficenza politica, perchè quando per anni urli ai quattro venti contro Roma ladrona ma poi ti abbuffi al tavolo del capo senza neanche perderci il sonno un qualche prezzo lo dovrai pur pagare.
Ma anche i signori del Pd un avvertimento lo avranno pur percepito, se a Napoli e a Milano han stravinto, due figure che son le uniche che promettono una certa discontinuità rispetto ai soliti squallidi giochini di potere e alleanze più o meno pelose, interessate e tanto tristi da doversi sorbire.
Per non parlare del referendum consultivo in Sardegna, che ha ottenuto la maggioranza bulgara del 98% contro il nucleare, e quindi contro le politiche dissennate e criminali che i politicanti tutti han praticato fino a questo momento senza, pare, neanche l’ipotesi dell’intenzione di cambiare rotta.
E se il ballottaggio di Milano andrà bene, come credo che sarà, avremo l’occasione di dare al Regime il colpo di grazia con i referendum del 12 e 13 Giugno, perchè è bene non dimenticare che se saltasse il quorum ne sarebbero contenti tutti, governo e cosiddette opposizioni, per fargli capire una volta e per tutte che l’Italia che vogliamo è un’altra, che la società nella quale e della quale vogliamo vivere prospera su valori altri, per scrivere a caratteri cubitali, grazie a tre semplici “sì” , che la festa, finalmente, è finita.
Per loro.
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martedì 17 maggio 2011

Un libico nero a Lampedusa racconta

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l'intervista con Younes.

Il 17 febbraio, quando a Benghazi sono cominciati gli scontri tra manifestanti e milizie di Gheddafi, intorno alla caserma della Katiba, tu eri ancora a Khums.

“Sì, all'inizio seguivamo le notizie su Al Jazeera e Al Arabiya. I problemi erano circoscritti a Benghazi e sembrava tutto così lontano da Khums e dalla capitale. Così ci dicevamo che era una cosa piccola, e che si sarebbe risolta nel giro di qualche giorno. Poi invece abbiamo visto la cosa crescere. Seguivamo Al Jazeera perché sui canali libici non dicevano la verità. E abbiamo capito che era una liberazione del paese. In quel momento eravamo tutti con l'opposizione, tutti i cittadini erano contro Mu'ammar.”

Poi però è successo qualcosa...

“A un certo punto l'opposizione ha iniziato a dire che i neri erano i mercenari di Gheddafi. Sapevano che erano neri libici e non mercenari africani, eppure li catturavano e li uccidevano per strada. Li portavano sopra i ponti e li impiccavano. L'hanno fatto vedere in televisione, su Al Jazeera. Il problema è che le televisioni, Al Jazeera e Al Arabiya, hanno detto che quelli che avevano ammazzato erano miliziani di Gheddafi invece quelli che avevano ammazzato erano neri qualunque. C'è stato un uomo a Misrata che l'hanno bruciato, poi gli hanno aperto il petto con un coltello, gli hanno tirato fuori il cuore e l'hanno buttato a terra per pestarlo coi piedi. Il popolo ha visto tutto. Queste cose però le facevano vedere sul canale libico. Perché noi per capire i dettagli guardavamo anche la tv libica e abbiamo visto che in realtà erano i ribelli a causare i problemi.”

A Tripoli è successo lo stesso. Ricordo i racconti di tanti somali e eritrei della capitale nei giorni della caccia all'uomo dopo le prime manifestazioni. Avevano paura anche a uscire di casa...

“A un certo punto se ammazzavano un nero dicevano che tanto era uno dei mercenari africani. Il popolo si è diviso. Alla fine avevi paura anche a uscire di casa. Ti vedevano per strada e anche se non erano dell'opposizione a Khums, magari ti ferivano. Insomma era un disastro, molto pericoloso. Non andavo da nessuna parte, e per esempio il pane dicevo a un amico di portarmelo e io restavo a casa. E i problemi aumentavano giorno dopo giorno.”

Ma i mercenari ci sono oppure no? Perché tutte le operazioni razziste sono nate come risposta, per quanto incontrollata e violenta, alle stragi perpetrate dai mercenari.

“All'inizio dei problemi, non c'erano mercenari. Forse dopo sono entrati, ma all'inizio no. Adesso io non sono dell'esercito e non ho informazioni sufficienti, però sono sicuro che all'inizio non c'erano mercenari, perché nell'esercito ci sono molti soldati neri, è risaputo, li reclutano nelle mie zone, a Sebha. All'inizio non c'erano mercenari. Poi forse hanno iniziato, perché nel sud ci sono molti stranieri e forse gli hanno dato le armi e hanno iniziato a sparare anche loro. Ma solo nell'ultimo periodo sono entrati mercenari, all'inizio non era così. Questo è quello che mi immagino.”

E com'era la vita a Khums in quei giorni?

“Anche a Khums ogni giorno sentivamo sparare proiettili, e poi sono cominciati i bombardamenti della Nato sulle caserme militari. La vita era diventata difficile... L'uomo, il cittadino, non sapeva cosa sarebbe successo domani, se saremmo stati vivi o morti, se avremmo avuto i nostri diritti, e il lavoro... non sapevi neanche se il giorno dopo avresti lavorato e mangiato. E di notte, ogni notte sentivi il rumore dei proiettili o del bombardamento. E in tutto questo, i negozi erano chiusi. E quando ne trovavi uno aperto compravi una scorta di cibo, per cucinare a casa. E in strada non c'era sicurezza. Tutti avevano paura. Soprattutto dopo il tramonto, magari uno ti entrava a casa, ti colpiva e tu non potevi fare niente, non c'era polizia, non c'era niente. Stavamo nella paura. E soprattutto io come straniero. Quella non era la mia regione, ero straniero e per questo la mia vita era in pericolo. Pericolo, pericolo, pericolo. Quelli del posto, ognuno aveva una famiglia, dei parenti per andare a dormire e vivere con loro. Io certo avevo molti amici, però non ero un cittadino di quella regione. E in quella regione non ci sono neri, sono tutti bianchi. E a un certo punto essere nero era diventato difficile e pericoloso. Pericoloso, pericoloso.”

Scusa ma perché non sei tornato dalla tua famiglia nel Sahara allora?

“Volevo tornare a casa, nel sud, a Ubari. Il problema però era la strada. Considera che sono duecento chilometri dopo Sebha. E che per arrivare a Sebha ci sono solo due strade, una da Tripoli e una da Misrata. Il problema però era che a Misrata c'erano gli scontri e non potevi passare con la macchina. E la strada da Tripoli si bloccava a Gharian e a Zuwara, perché anche in quelle città c'erano scontri e non si poteva passare. E così non potevamo andare né dalla strada da Misrata né dalla strada da Tripoli. E intanto ogni giorno la mia vita era in pericolo, e avevo paura, sempre a chiedermi: domani che sarà?”

E poi mi dicevi che oltre al rischio di essere scambiato per un mercenario dai ribelli e essere ammazzato, c'era pure il rischio di essere arruolato nell'esercito di Gheddafi...

“Sì anche perché molti soldati sono del sud, della zona di Sebha. Ma succede in ogni regione comunque. Se ti fermano a un posto di blocco, e adesso ce ne sono molti, ti chiedono se sei già nell'esercito o se sei un cittadino e se dici che sei un cittadino ti portano in una caserma, ormai il reclutamento è diventato obbligatorio, negli ultimi tempi. Per questo, come ti ho detto, avevo paura di andare da Khums a Tripoli, avevo paura che mi fermassero, così sono andato di nascosto, con un autista che conosceva tutte le strade secondarie della campagna, senza mai prendere la strada principale.”

E una volta arrivato a Tripoli, hai deciso di lasciarti la guerra alle spalle...

“Ho preso contatto con dei sudanesi e gente di un'altra nazionalità per sapere come fare la migrazione. A quel punto ormai mi ero convinto che non c'era altra soluzione. Da quando avevo cominciato a sentire che c'erano queste navi che ogni giorno partivano dal porto di Tripoli per l'Italia. E poi avevo sentito che in Italia c'erano associazioni per i diritti umani e la protezione internazionale e tutte le cose. Avevo molti amici sudanesi e egiziani, che lavoravano con me, e sono stati loro a dirmi le cose. All'inizio non volevo attraversare il mare, ma poi guardando la situazione in Libia complicarsi di giorno in giorno... per noi era necessario rischiare, perché lì non c'era più una soluzione. Perché lì ok forse oggi va bene, ma domani non lo sai, magari arriva l'opposizione e ti ammazza. Capito come?”

Ormai sei in Italia da tre settimane. Com'era Tripoli quando l'hai lasciata?

“A Tripoli non ho visto i posti dove hanno bombardato, ho soltanto sentito il rumore, ma era lontano da dove stavo. E poi sentivamo i rumori degli spari, come di scontri a fuoco, la notte. Noi ci spostavamo da una città a un'altra, poi in una fattoria e infine siamo rimasti in una caserma. Finché una macchina privata è venuta a prenderci e ci ha portato al porto, il porto di Tripoli. Il grande porto commerciale dietro la vecchia medina e davanti all'hotel Kebir, vicino al ponte. Nel porto c'erano i militari, sulla nostra barca saremmo stati in 700 passeggeri, era una barca grande, diciamo un 18 metri. Io e i miei amici sudanesi siamo partiti pagando 600 dinari a testa (300 euro, ndr.), ma c'è gente che paga di più, soprattutto gli stranieri.”

Hai visto vittime civili dei bombardamenti della Nato?

“La Nato non colpisce obiettivi civili, colpiscono soltanto le caserme dove c'è l'esercito. Però dicono che ci siano stati dei civili uccisi a Tripoli. L'ho sentito dire, magari erano case vicine alle caserme e ai depositi di armi. Io non ho visto niente, ho solo sentito il rumore dei bombardamenti. È la guerra. La Libia oggi è un posto molto pericoloso.

Ma tu chi sostieni? Il regime di Gheddafi o l'opposizione?

“Il problema in Libia è che non sai più chi ha ragione e chi ha torto. Chi riporterà la pace in Libia come prima? Mu'ammar o l'opposizione. Io non ci vedo più chiaro. Incoraggio chiunque riporterà il paese alla sicurezza e alla vita come era prima. Ma non qualcuno come loro, l'opposizione o il regime dico. Non incoraggio nessuno che abbia le armi. Per me sono tutti gli stessi, tutti mi spaventano allo stesso modo. Gheddafi ha portato il paese alla dittatura. Ma l'opposizione ha portato il razzismo.”

Eppure all'inizio tutto il popolo era con l'opposizione.

“La percentuale di quelli che stanno con Mu'ammar è molto piccola. Tutti vogliono una vita nuova in Libia, vogliono un nuovo regime, vogliono la democrazia, senza intermediazioni, senza storie, vogliono una seconda vita. In Libia ci sono i soldi, è possibile un cambiamento e tutti lo vogliono. Tutti vogliono cambiare il regime di Mu'ammar. E tutti avrebbero sostenuto l'opposizione se l'opposizione avesse seguito una strada normale. Se fossero andati verso la democrazia e la giustizia, il popolo si sarebbe opposto contro Gheddafi di più, molte regioni si sarebbero opposte e tutti li avrebbero aiutati e sostenuti. Se non avessero ucciso le persone e non avessero fatto quelle operazioni razziste, tutto il popolo li avrebbe incoraggiati e tutti saremmo stati con loro. E infatti all'inizio, la maggior parte del popolo era con l'opposizione. Volevamo il cambiamento ma poi abbiamo perso la fiducia. Se combatti contro un regime, vuoi che arrivi qualcosa di migliore. E invece è arrivato qualcosa di peggio, qualcosa di cattivo. Più razzismo e meno sicurezza, più instabilità e altri Paesi che intervengono nella questione. Per questo, come ti ho detto, nessuno sa più chi sostenere e a chi opporsi adesso. E nessuno sa cosa sarà domani della Libia.”

Dici che tutti vogliono il cambiamento. Come mai, in Libia non si stava bene ai tempi di Gheddafi?

“In Libia ci andava tutto bene dal punto di vista economico, però per la politica c'era una linea rossa, nessuno ne poteva parlare. Non potevi parlare, era un affare di Mu'ammar. Anche i problemi dell'estero, per esempio in Tunisia o in Palestina, li guardavi in televisione, magari sui canali stranieri per saperne qualcosa di più, però poi in strada non ne parlavi mai con nessuno. Per la politica non c'erano parole. Era proibito. Perché magari ne parlavi con qualcuno e dietro c'era un altro che ti sentiva, faceva il tuo nome e finivi dritto in carcere. E per questo non c'erano parole sulla politica. Stavi zitto e guardavi. Basta. Questo era il clima in Libia.”


Quali altri errori ha fatto secondo te l'opposizione?

“Non solo le operazioni razziste, ma anche l'ingresso di altri Stati nella questione, che poi è il motivo per cui ormai nessuno sa bene chi ci sia dietro di loro. Ma se avessero fatto come hanno fatto l'opposizione in Tunisia e l'opposizione in Egitto, tutto il popolo sarebbe stato con loro. Perché tutto il popolo vuole un regime nuovo e uno sviluppo. Ma per gli errori commessi, ora il popolo non sa più scegliere. Chi scegliere tra Gheddafi e l'opposizione? Però è chiaro che tutti vogliono un regime nuovo. Tutti vogliono cambiare Mu'ammar, e questa poteva essere una occasione per migliorare e cambiare il regime.”

Comunque non è che il razzismo in Libia sia qualcosa di nuovo...

“Il razzismo c'è sempre stato. Per esempio un nero nell'esercito o nello Stato, se non ha soldi avrà sempre problemi. Soprattutto nelle città della costa. Perché lì la maggior parte sono bianchi. Lì c'è razzismo. Addirittura noi neri sulla costa ci chiamano 'abid, che vuol dire schiavi, servi. Il razzismo c'è. Però adesso il problema è aumentato. È questo che mi spaventa nella Libia di oggi. Perché oggi non c'è sicurezza, non c'è controllo. E allora viene tutto a galla. Prima non c'era chi veniva e ti diceva tu non sei libico perché sei nero. Sì c'era chi ti chiamava schiavo, ma niente di più. Oppure ti dicevano vai via, per la strada, e tu te ne andavi, però nessuno ti aggrediva come oggi. E invece le cose sono cambiate con l'inizio dei problemi. Il razzismo è aumentato. E anche per questo i neri hanno più paura dell'opposizione. Ci sono state anche delle dichiarazioni dei leader dell'opposizione che volevano che i neri fossero rimandati nei loro paesi. Per questo i neri hanno particolarmente paura dell'opposizione. Eppure hanno lo stesso programma, vogliono cambiare il regime. Però se cambiano il regime di Mu'ammar con questa opposizione, arriverà una cosa migliore? Avendo visto gli errori dell'opposizione, la gente non sa più cosa scegliere e per questo oggi non è né con il governo né con l'opposizione. Stanno tutti zitti. E osservano. Fanno tutti così. Non hanno scelta. Vogliamo il cambiamento, sì. Però questa opposizione è preferibile? Non lo sappiamo. Si sono opposti sì, ma nello stesso tempo hanno commesso degli errori.”

E in tutto questo le minoranze nere al sud, cosa dicono? Stanno con Gheddafi o con i ribelli? E che reazione hanno al razzismo?

“Da noi al sud, nel deserto, non ci sono scontri. Là ci sono le tribù, sono tutti della stessa tribù, sono uniti, non c'è qualcuno che possa venire da fuori e dire fate in un modo o nell'altro. Loro hanno una sola parola. Non si oppongono a nessuno e non sostengono nessuno. La politica non è un loro problema. Loro guardano e basta. Capito come? Non c'è qualcuno che prende le armi e va contro qualcun altro. Tutti stanno a guardare. Perché le tribù del sud sono deboli. Capito come? Non hanno autorità, potere o armi. Sono obbligati a stare con il governo che c'è, e se arriva un governo nuovo, si tengono il governo nuovo. Non possono opporsi. Come adesso non si oppongono a Mu'ammar, non hanno armi, non hanno potere per opporsi a un governo, come per esempio stanno facendo a Misrata. Non dicono siamo con Mu'ammar e non dicono siamo contro, perché non hanno potere. E questo è lo stesso pure per il razzismo.”

lunedì 16 maggio 2011

La fierezza di essere puttana. Perchè fa paura?

Porpora Marcasciano *

15 / 5 / 2011
La prostituzione è un mezzo non è un fine, non è tratta o sfruttamento, è vendita di prestazioni sessuali.
Comincia così la "narrazione" di Porpora, una sociologa, attivista del Mit di Bologna, impegnata da anni per i diritti delle sex workers e delle persone transessuali, una donna che si mette a nudo, che parte da se stessa per parlare anche delle altre, dei loro desideri e delle loro esigenze, riuscendo così a far vivere, nelle sue parole, le tante storie di chi ogni giorno si rivolge al drop-in Artemide ed al consultorio gestito dal Movimento di Identità Transessuale.

Con lei abbiamo discusso delle motivazioni che stanno alla base delle violente politiche securitarie messe in atto dalle amministrazioni comunali e dal Governo italiano: il Ddl Carfagna, le ordinanze anti prostituzione, le multe a clienti e sex workers, i controlli della polizia municipale e dell'esercito fin dentro gli appartamenti presenti nelle cosidette "strade della prostituzione". Secondo gli assessori di Parma, sono gli stessi cittadini che richiedono maggiore "sicurezza" e magiori controlli, stufi di abitare in un ambiente così malfamato e pericoloso. Le amministrazioni comunali di mezza Italia, siglando la Carta di Parma, insieme al Ministro Maroni, hanno individuato, come pericolosi e illeciti, una serie di comportamenti che secondo loro andrebbero puniti. Fortunatamente la Corte Costituzionale non è stata dello stesso parere: dichiarando incostituzionale una modifica introdotta dal "paccheto sicurezza" che conferisce maggiori poteri ai sindaci, ha portato all'annulamento della Carta. Ad oggi le ordinanze comunali emesse nei mesi passati non hanno più validità.

Ma la domanda sorge spontanea: il centro storico di Parma è veramente insicuro e inospitale, così come lo dipingono? O queste dichiarazioni sono funzionali solo ad amministrare e reprimere i comportamenti e gli stili di vita che pongono in crisi la morale comune?
A quanto pare, nella Petit Paris, non c'è posto per il sex working e per la fierezza "d'etre Pute".
Nessuno e nessuna vuole vedere.
Per la prostituzione, a Parma, non ci sono i soldi, nè la volontà politica, di costruire progetti utili come le unità di strada, i consultori, le case di prima accoglienza, i drop-in per la riduzione del danno, così come avviene a Bologna o a Venezia.

Ma perchè? Cosa c'è alla radice di così tanta diffidenza e paura? Perchè il Comune opta per la politica della punizione invece di aiutare le vittime della tratta a denuncire lo sfruttamento sessuale? Perchè non fa niente per sostenere le donne che decidono autonomamente di prostituirsi, invece di perseguirle come criminali, anche se non commettono alcun reato?
La scelta soggettiva di prostituirsi non si capisce con facilità, l'empatia sembra impossibile, e ciò che non si capisce fa paura.
Non riesci a pensare di vendere una prestazione sessuale, di farne un oggetto di piacere, di servirtene.
Ebbene pensiamo che il racconto di un'esperienza può riuscire a fare breccia in questo buio e a ricordarci che la parola accorcia le distanze.
Come con l'Autocoscienza non si può fare nient'altro che partire da sè, l'essenza di qualcuna/o non la si può giudicare, soppesare. La si prende così com'è.

La Politica non è per questa soluzione, la Politica  della sicurezza è per la paura.
Tramite i media, giorno dopo giorno, la fobia dell'insicurezza ti sommerge senza lasciare spazio al dibattito.
Il messaggio è sempre lo stesso: la pericolosità del diverso. 
Transessuali, omosessuali, migranti, musulmani, terroristi, stupratori, tossici. Tutti uguali tra loro, differenti dagli altri che sono ritenuti "normali". C'è chi è normale e chi no. Chi è lecito e chi no. Ma chi decide qual è il confine della normalità e quindi della legalità?
Il pacchetto sicurezza, il reato di clandestinità, le ordinanze anti prostituzione non offrono una soluzione ai problemi reali e concreti dei precari/e che oggi vivono sulla propria pelle i licenziamenti, gli sfratti e la disoccupazione, bensì alimentano un sentore comune di insoddisfazione e frustazione indirizzandolo contro mostri di carta pesta.
La verità è che la paura sta mangiando lentamene la bellezza della vita e ci consegna città pervase da passioni tristi.
Non è forse vero che la bellezza sta nella varietà e nella diversità?

Forse la soluzione è proprio non avere paura.
*  Porpora Marcasciano è un'attivista del movimento gay-lesbico-trans e vicepresidente del MIT (Movimento Identità Transessuale). E' laureata in Sociologia, lavora come operatrice e consulente nei progetti sulla prostituzione. Responsabile dello sportello CGIL per la difesa dei diritti sul lavoro delle persone transessuali. Cura il Centro di Documentazione del MIT.
Ha effettuato numerose ricerche sulla realtà transessuale, ha pubblicato vari articoli e il libro "Tra le rose e le viole". 


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domenica 15 maggio 2011

quando l'uomo si fa merce, ovvero la" truffa" dei migranti


Cerco il tuo volto…Prima un pacco prioritario, poi un imbolsito cardinale, un poliziotto di guardia, poi un plico di raccomandate o un gruppo di fedeli che cantano inni oppure ancora un tunisino in via di rimpatrio imbarcato con l’inganno e guardato a vista. Su e giù intorno all’Europa e al Mediterraneo tra Lampedusa, Fiumicino, Linate, Lourdes e, ovviamente, Tunisi. Miracoli della tecnica e della faccia tosta.
Vi stiamo parlando dei voli della Mistral Air, compagnia fondata trent’anni fa da Bud Spencer e ora parte integrante del gruppo Poste Italiane. Se di notte gli aerei della compagnia si occupano soprattutto di trasportar cassoni di corrispondenza, di giorno ai cassoni vengono sostituiti i sedili e le stesse aeromobili vengono dedicate al trasporto passeggeri (volenti o nolenti). Salita agli onori delle cronache per aver incassato qualche anno fa un succulento accordo con l’Opera Romana Pellegrinaggi, la multinazionale vaticana dedicata al turismo religioso, ora la Mistral Air si è aggiudicata dal ministero degli Interni la maggior parte dei trasporti di senza-documenti tunisini da Lampedusa ai Cie della penisola e poi dai Cie a Tunisi (quando a Tunisi li fanno atterrare, perché ultimamente c’è di nuovo il coprifuoco e qualche aereo ha dovuto tornarsene indietro). Insomma, la compagnia aerea delle Poste Italiane si occupa (insieme alla ceca Travel Service) delle deportazioni di massa decise da Maroni per bilanciare la concessione dei permessi temporanei che hanno svuotato Cie e Cai all’inizio del mese passato. E giacché mistral airl’affitto di un aereo della Mistral Air costa al Ministero seimila euro all’ora, il gran via-vai degli ultimi mesi ci permette di dire che le Poste hanno scalato talmente veloci la lista dell’infamia di chi lucra sull’imprigionamento dei senza-documenti da essere già fianco a fianco della Croce Rossa e di Sodexo, della Misericordia e di Connecting People, i campioni di sempre.
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perdere la residenza senza saperlo

di mazzetta
Ha destato scandalo in Israele, anche se relativamente, l'emergere di documenti che hanno dimostrato la tecnica con la quale i governi israeliani hanno spogliato della cittadinanza quasi il 10% della popolazione palestinese, 140.000 solo nella West Bank. Altri 250.000 sono fuggiti volontariamente dal 2000 al 2007 a causa dell'espansione dell'occupazione, dei muri e delle violenze. Che nella West Bank sono le violenze e gli abusi del'occupante sulla popolazione inerme, non certo quelle dei “terroristi”.
Angherie ufficialmente necessarie per la “sicurezza” degli occupanti, ma ora i documenti dimostrano ufficialmente un'altra realtà, nella quale i governi israeliani hanno sempre perseguito e praticato l'espulsione dei palestinesi dai Territori Occupati e Gaza.
Israele ha adottato una politica segreta per la quale i palestinesi che trascorrevano più di tre anni all'estero perdevano lo stato di residente, che nei fatti ha rappresentato la cittadinanza palestinese. Una pratica illegale e assurda, ancora di più visto che non era a conoscenza dei palestinesi e nemmeno dei cittadini e degli ufficiali israeliani, era una procedura riservata, mantenuta occulta per la sua plateale illegittimità. I palestinesi hanno cominciato a conoscerla sulla loro pelle negli anni ed è diventata nota a grandi linee, ma fino a pochi giorni fa non era mai stata ufficializzata o pubblicizzata.
Nessun paese al mondo spoglia i propri cittadini della cittadinanza perché si allontanano dal suolo patrio per lungo tempo. E di sicuro nessuno in Israele si è mai sognato di togliere la cittadinanza a quegli ebrei americani o europei che Israele la vedono qualche volta nell'arco di una vita. L'illegalità, la plateale discriminazione e l'abuso sono poi amplificate dal fatto che Israele e il suo governo non hanno alcuna sovranità sui cittadini di Gaza e della West Bank.
Per il diritto internazionale Israele è ed è sempre stata una potenza occupante e come tale titolare di precisi diritti e doveri nei confronti delle popolazioni occupate ed è chiaro che l'espulsione degli abitanti dalle zone occupate non rientra nei diritti delle potenze occupanti e ancora meno è loro concesso di cancellare la residenza e la cittadinanza delle popolazioni occupate, pratica che corrisponde al termine più noto di “pulizia etnica”.
Solo una piccola parte (il 10%) dei palestinesi cancellati è riuscita a riavere il titolo di residente nei territori dopo immaginabili agonie burocratiche e solo grazie alla personale vicinanza alla dirigenza palestinese. Anche Gerusalemme Est è oggetto di simili politiche, modulate sulla specificità della città e che variano a seconda dell'aria politica che tira. Lì è ancora più difficile conservare la residenza, poiché è stata annessa da Israele e quindi non è soggetta all'Autorità Palestinese, anche se l'annessione non l'ha riconosciuta nessun paese al mondo, Israele la considera territorio israeliano abitato da residenti privi di cittadinanza israeliani. Dal 1995, ad esempio, i palestinesi di Gerusalemme Est devono provare che il “baricentro della loro vita” è a Gerusalemme o perdono la residenza, che solo nel 2008 è stata revocata a 4.500 palestinesi, contro i 229 dell'anno prima.
Dopo l'espulsione di seicentomila palestinesi nel 1948, Israele ha continuato la pratica in silenzio e nel segreto, offrendo alle proteste dei palestinesi espulsi solo inutili gramelot burocratici. La pratica è venuta alla luce quasi per caso, per la caparbietà di un attivista impegnato nella difesa dei diritti umani che ha seguito il filo di alcuni documenti fino ad avere la prova ufficiale dell'esistenza di questa pratica. Per anni Israele ha recluso gli abitanti della Palestina, limitando i loro movimenti, impedendo matrimoni tra espatriati e residenti, impedendo persino i trasferimenti di residenza da Gaza alla West Bank e viceversa, oggi c'è la prova che tutto questo, colonie e muri compresi, è riconducibile a un piano che ha come scopo la pulizia etnica dei Territori Occupati.
Tattiche mirate unicamente all'afflizione dei palestinesi e a ridurne il numero, ma tattiche criminali e inaccettabili per qualsiasi paese civile, tanto che possono avere valore solo in costanza dell'occupazione israeliana e della pervicacia dei governi israeliani nel perseguire la pulizia etnica dei territori occupati.
Ce n'è abbastanza per convincere chiunque dell'insostenibilità morale e legale di una pratica del genere, salvo i fan d'Israele e qualche loro alleato, che sta contribuendo come può a sopire la notizia, con esiti variabili a seconda dei paesi. In Italia ci sono riusciti benissimo, favoriti dal fatto che quello che accade fuori dai confini interessa pochissimo e dal controllo dei media da parte dell'unico leader mondiale che oggi bacerebbe la mano di Netanyahu.

martedì 10 maggio 2011

Coca Cola: la bevanda che uccide

Utente: dani gamba
9 / 5 / 2011
Si sa, le bevande industriali, quelle che compriamo tutti i giorni a tonnellate e che arrivano direttamente dall’ America fino ai nostri party hanno sempre fatto male, vuoi per le calorie o per i famosi “ingredienti segreti”.
Tuttavia non è di ciò che parleremo in questa sede, così come non parleremo dei danni alle falde acquifere che la famosa Coca Cola Company ha provocato ai pozzi di acqua potabile nei villaggi nel Sud dell’ India; perchè questa bevanda, così fresca e invitante, ha qualcosa di molto più grande da nascondere.
Da più di vent anni in Colombia l’ intesa tra il governo di Álvaro Uribe Vélez e le organizzazioni paramilitari legate al traffico di stupefacenti ha contribuito a creare un vero clima di guerra civile, che si abbatte in modo spietato sui cittadini, i lavoratori e le famiglie.
In questo scenario di terrore la multinazionale nordamericana pratica politiche di sfruttamento sugli operai negli stabili di imbottigliamento qua situati, attuando misure di repressione verso le organizzazioni sindacali culminate più di una volta in spietati omicidi.
Il SINALTRAINAL, sindacato colombiano del settore alimentare, si batte da anni per far valere i diritti dei lavoratori della Coca-Cola, prevalentemente con contratti temporanei e la cui retribuzione sta scendendo ormai sotto il salario minimo stabilito dall’ Organizzazione Internazionale del Lavoro (375.000 Pesos mensili, circa 125 Euro); ma ciò che fin ora è stato ottenuto è una continua persecuzione per limitare i legami tra operai e associazioni, agendo sia all interno delle fabbriche tramite licenziamenti illegali e provvedimenti restrittivi ma soprattutto all’ esterno, dove la compagnia sta eseguendo per mezzo dell’ esercito libere esecuzioni nei confronti di sindacalisti e attivisti, il tutto senza essere minimamente puniti, perchè appoggiati e difesi dal governo colombiano.
Davanti a questi sodalizi tra vertici del mondo economico e politico è sempre più difficile instaurare basi sociali e di solidarietà tra la popolazione, che si trova sempre più controllata e talvolta vittima di minacce, come è stato per i tre dirigenti del SINALTRAINAL Correa, Florez e Garcìa che nel febbraio 2008 hanno tutti ricevuto lettere minatorie in cui si menzionavano anche le sorti delle famiglie e dei loro figli.
D’ altronde i numeri parlano chiaro: dagli anni ’80 sono 11 i lavoratori Coca-Cola assassinati, mentre altri 6 sono stati costretti a lasciare il Paese perchè sopravissuti ad attentati; più di una ventina invece quelli arrestati e torturati, e altrettanti quelli che ancora oggi subiscono minacce.
Per far fronte alla situazione nel marzo 2003, insieme alle accuse contro la multinazionale viene dato il via alla “Killer Coke”, la campagna di boicottaggio Coca-Cola, che subito porta alla creazione di gruppi in ogni paese per diffondere innanzitutto la verità sulla famosa bevanda e ovviamente anche prendere misure per ridurre gli acquisti dei prodotti Coca-Cola, agendo sia personalmente che incentivando venditori e botteghe ad abbandonare il prodotto (ricordiamo che prodotti Coca-Cola sono anche Fanta, Sprite, Nestea e Powerade).
Più recentemente l’ iniziativa ha raggiunto anche ristoratori e scuole, come in America, dove le Università di Michigan e New York hanno proibito la distribuzione dei prodotti Coca-Cola nei loro campus.
Anche in Italia è nata REBOC, la “rete boicottaggio coca-cola”, che dispone tra l’ altro di un interessante sito, sul quale poter ricavare informazioni più dettagliate sulle accuse alla multinazionale o cercare i gruppi e le botteghe che operano attivamente sul territorio nazionale.
In questo progetto, inutile dirlo, ognuno di noi può dare un contributo, a partire dalla cosa più essenziale, nell’ unico modo in cui il cittadino può davvero cambiare le cose a questo Mondo, che non è l’ effimero e simbolico diritto di voto, ma il vero diritto di spesa e di acquisto.
Rinunciando ad utilizzare il nostro denaro per finanziare multinazionali assassine possiamo far venire alla luce quel perverso meccanismo che è la struttura di tutto l’ attuale sistema, così solido e sicuro di sè stesso ma così dipendente dall’ economia e dalle nostre singole decisioni di consumo.
Boicottare Coca-Cola significa decidere di essere consapevoli di ciò che sta davvero accadendo dall’ altra parte del pianeta e sapere che smettere singolarmente di finanziare questi killer è il modo più semplice e veloce per lanciare un messaggio di opposizione ad una situazione che si è protratta fin troppo a lungo.
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Mordechai Vanunu ,Termina la mia cittadinanza israeliana