involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

lunedì 28 febbraio 2011

L'AFRICA SECONDO IL COLONNELLO (Dossier Libia) di Luca Ozzano

Nonostante le fantasiose provocazioni di Gheddafi

identificano come libici Shakespeare, i fondatori di Venezia, e persino gli Indiani d'America), la Libia diventò uno stato effettivamente indipendente solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Territorio soggetto nella storia a diverse dominazioni (quella Fenicia e poi Cartaginese, quella romana, quella dei Vandali, quella dei vari califfati arabi, quella ottomana e, infine, quella italiana), l'odierna Libia è anzi stata spesso frazionata fra diverse dominazioni in conflitto fra loro. Questo è dovuto non solo alla tradizionale divisione del Paese nelle due principali Province di Tripolitania e Cirenaica, ma anche alla posizione geopoliticamente rilevante della Repubblica Araba, che rappresenta quasi un confine naturale fra le regioni arabe nordafricane colonizzate dalla Francia (Maghreb) e quelle mediorientali colonizzate dall'Impero Britannico (Mashrek). Per di più, con la sua ampia estensione costiera, il Paese rappresenta anche una vitale testa di ponte strategica nel bacino del Mediterraneo (come ben sanno USA e Regno Unito, che non hanno mai perdonato a Gheddafi l'eliminazione delle loro basi in territorio libico dopo la rivoluzione del 1969). Questi fattori geografici, infine, sono resi ancora più significativi dal fatto che Libia sia uno dei più importanti produttori di petrolio a livello internazionale. L'indipendenza del Paese, e gli eventi che essa ha portato specie negli ultimi trent'anni, non hanno però cambiato la struttura tradizionale e tribale della società libica, esaltata anche dallo stesso Gheddafi, che (egli stesso figlio di abitanti del deserto) ha sempre vissuto in una tenda e deplora spesso in scritti e discorsi la vita corrotta e inquinata della città. Abitata in origine da popolazioni nomadi Berbere, la Libia venne islamizzata già nel VII secolo, durante la fulminea avanzata delle armate arabe, che sarebbe stata arrestata solo alle porte della Francia. I nomadi, tuttavia, pur adattandosi in fretta alla nuova religione (che adottarono in forme del tutto proprie) non raggiunsero mai una vera e propria integrazione con gli invasori arabi, che andarono a formare un'élite urbana stanziata in prevalenza nelle zone costiere. 

DA PROVINCIA TURCA A COLONIA ITALIANA

Il passaggio dal controllo dei decadenti califfati arabi a quello della Sublime Porta Ottomana (avvenuto alla fine del XVI secolo, dopo alcuni decenni in cui il Paese era stato conteso fra varie potenze) non cambiò significativamente né la struttura sociale, né il modo di vivere dei Libici. L'odierna Libia rimase fino all'inizio del XX Secolo sotto il controllo Turco (ma amministrata da funzionari stanziati sul luogo), godendo a seconda dei periodi di un più o meno elevato grado di autonomia. In particolare, nel periodo della potente dinastia Karamanly, Tripoli giocò un ruolo centrale rispetto alla pirateria nel Mediterraneo, allora molto fiorente. Quando, nel XIX secolo, tutte le grandi potenze europee iniziarono una gara forsennata per la conquista di colonie oltremare, la Libia, scarsamente popolata (ancora oggi supera appena i 5 milioni di abitanti) e (secondo le concezioni del tempo) priva di risorse utili, venne scartata da Francia e Inghilterra. Il Paese venne così occupato da un outsider della scena mondiale come l'Italia (che aveva dovuto rinunciare alla più ambita Tunisia, proprio a favore dei Francesi). Benché il Governo Giolitti non nutrisse particolari ambizioni espansionistiche, fu spinto alla conquista sia da fattori interni (gran parte del mondo politico e degli opinion leaders spingeva per l'avventura coloniale, insieme ad 'insospettabili' come il poeta Giovanni Pascoli) sia internazionali (la conquista francese del Marocco del 1911 faceva temere un'ulteriore espansione dei vicini anche in Tripolitania e Cirenaica, che erano state riconosciute zone di influenza italiane già in un trattato del 1902). Dopo una rapida conquista dei centri costieri nell'autunno 1912, tuttavia, l'esercito sabaudo dovette fronteggiare una dura resistenza proprio da parte dei nomadi del deserto, che resero necessario l'impiego di un corpo di spedizione di 100000 uomini in una lunga ed estenuante lotta. La conquista costò molte vite all'esercito occupante, e ancora di più alla popolazione libica: ancora oggi Gheddafi continua a reclamare per le atrocità commesse dai nostri connazionali in Libia, a suo parere mai sufficientemente riparate. Effettivamente, i Generali Badoglio e Graziani, inviati in successione dall'Italia per avere ragione dei Mujaheddin libici, tennero un comportamento molto duro, effettuando ritorsioni anche sulle popolazioni civili, ed inviando probabilmente decine di migliaia di libici in campi di concentramento appositamente costituiti (mentre si ignora il destino di altre migliaia, inviati al confino oltremare). Quando gli invasori, impiccando l'anziano leader Omar Al-Moktar, ebbero finalmente ragione della resistenza dopo vent'anni di lotta, il numero delle vittime era ormai incalcolabile (fonti libiche affermano addirittura il 50% della popolazione). I rancori del Colonnello sono tuttavia motivati anche da fattori personali, dato che sia il nonno del leader libico che altri membri della famiglia caddero nella lotta contro l'oppressore, mentre il padre rimase ferito in battaglia; lo stesso Gheddafi porta ancora oggi le cicatrici provocate dallo scoppio di una mina italiana che uccise due suoi cugini, quando lui aveva solo sei anni. Gli italiani lasciarono però anche scuole e infrastrutture importanti (come la strada che unisce Tripolitania e Cirenaica), a testimonianza dei trent'anni di occupazione, oltre ad una monumentale cattedrale nel centro di Tripoli oggi trasformata in moschea. Italo Balbo, Governatore dal 1934, cercò inoltre di dare profondità all'insediamento italiano con la creazione di fattorie nelle zone più fertili, da dove gli indigeni vennero cacciati per fare posto ai nostri connazionali. Nel 1943 tuttavia l'occupazione italiana terminò, di fronte all'inesorabile avanzata inglese nel Nordafrica. 

L'INDIPENDENZA

Dopo la conclusione della guerra, una risoluzione delle Nazioni Unite datata 21 Novembre 1949 determinò l'indipendenza per la Libia, da attuarsi non oltre il 1° Gennaio 1952. Sotto il controllo di un commissario ONU, consultazioni con le amministrazioni delle 3 Province di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan posero le basi per la formazione di un'Assemblea Nazionale. Tale consesso, riunitosi per la prima volta nel Novembre 1950, stabilì la forma di governo monarchica e una struttura amministrativa federale per il nuovo Stato. La corona venne offerta al pio Emiro di Tripolitania, Idris al Senussi (nipote del leader religioso che nel 1843 aveva creato la confraternita musulmana dei Senussi, che, dedita all'educazione religiosa delle popolazioni rurali, inviava missionari in tutto il Sahara dalla propria sede di Cufra). Pur sostenuta dagli alleati inglesi e americani, che conservavano strategiche basi militari nel Paese (in particolare la base di Wheelus Field, una delle più grandi del Mediterraneo), la Libia non riuscì tuttavia a raggiungere la stabilità, in un periodo in cui i ritrovamenti petroliferi cambiavano il profilo economico e sociale del Paese, nel vicino Egitto Nasser infiammava le masse Arabe contro l'imperialismo Occidentale, e in Medio Oriente si sviluppavano le prime vicende dell'eterno conflitto fra arabi e israeliani. Mentre sempre più larghi strati sociali, fino a settori dell'esercito, si convertivano all'ideologia panaraba di Nasser, il movimento studentesco agitava le piazze giungendo persino a scontri aperti con la polizia. Una escalation della situazione si ebbe nel 1967, quando le notizie dell'occupazione israeliana del Sinai provocarono il proclama del jihad nelle moschee e folle urlanti presero d'assalto case e negozi di Ebrei e Italiani, provocando decine di morti. Proprio nelle Università, e poi nell'esercito, trovò i suoi membri (principalmente fra le classi sociali più disagiate) il movimento rivoluzionario (poi chiamato 'degli Ufficiali Liberi') guidato da Muammar Gheddafi, che nel 1969, con un colpo di stato quasi esente da spargimenti di sangue (vedi box) prese il potere.

GHEDDAFI E IL PETROLIO LIBICO

I dodici uomini del Comitato Rivoluzionario asceso al potere fecero di una radicale piattaforma di giustizia sociale islamica il primo punto del loro programma. Sul versante internazionale, offrirono immediatamente la loro alleanza all'Egitto di Nasser, mentre, forse per prudenza, non si pronunciarono immediatamente sullo status delle basi inglesi e americane (che tuttavia, dopo forti pressioni libiche, vennero abbandonate già l'anno seguente). Allo stesso modo, non si decise immediatamente di nazionalizzare le risorse petrolifere, pur pretendendo una rinegoziazione degli accordi con le compagnie occidentali. Nel giro di pochi anni, infatti, il Paese aveva conosciuto l'incremento più vistoso fra i produttori mondiali di petrolio, passando da una produzione insignificante all'inizio degli anni '60 ad una di oltre 70 milioni di tonnellate nel 1966. Tuttavia, le royalties lasciate al fisco del Paese produttore erano irrisorie. A questo stato di cose, dopo il rifiuto delle compagnie di modificare i termini degli accordi, pose rimedio Jallud (lo storico vice di Gheddafi) con una intelligente strategia: individuate le compagnie più deboli, ordinò loro una forte riduzione della produzione ed altre restrizioni, che alla fine le spinsero ad accettare le condizioni contrattuali poste da Tripoli. Intimidite dall'aggressività libica, anche le più grandi compagnie cedettero, ad una ad una. Le royalties, anche per la Libia, salirono poi alle stelle dopo la crisi degli anni '70, che portò il prezzo del greggio a livelli impensati. Il petrolio libico era già allora particolarmente richiesto, anche a causa della sua eccezionale qualità, e divenne, anche data la vicinanza geografica, una componente fondamentale delle importazioni di greggio europee. L'ex colonia ha sempre rivestito un ruolo di primaria importanza commerciale soprattutto nei confronti dell'Italia, che nel 1999 riceveva il 33% delle esportazioni libiche (prevalentemente petrolio e gas naturale) e forniva il 24% delle importazioni (soprattutto cibo, macchinari e prodotti manifatturieri). L'impegno libico nel nostro Paese è ben esemplificato dalla partecipazione del Governo di Tripoli nella FIAT che, abbandonata dopo l'embargo, è stata recentemente rinnovata. Gheddafi, per ragioni strategiche, preferì una produzione controllata ad uno sfruttamento indiscriminato delle risorse del suo Paese (tanto che si stima che solo ¼ delle risorse petrolifere libiche sia coperto da accordi di sfruttamento). Le ingenti royalties comunque ricavate vennero impiegate per un avanzato programma sociale che prevedeva istruzione ed assistenza medica gratuite nonché una legislazione di protezione dei diritti dei lavoratori in linea con i più elevati standard occidentali, come previsto anche dal Libro Verde di Gheddafi (vedi box). Soprattutto, però, le nuove risorse a disposizione andarono a finanziare gli ambiziosi obiettivi internazionali del Colonnello. 


AMBIZIONI DI CONQUISTA


La prima opzione del leader libico, come anche evidenziato nei suoi scritti, è sempre stata naturalmente il Panarabismo, ideologia avente per obiettivo l'unione di tutti i Paese Arabi in un'unica nazione. Sulle orme di Nasser, che per un breve periodo era riuscito a realizzare un unico stato comprendente Egitto e Siria, Gheddafi infatti tentò a più riprese, e con i mezzi più svariati, di realizzare fusioni fra il suo Paese e i vicini (dall'Egitto alla Tunisia al Ciad), rimanendo tuttavia sempre frustrato. Forse spinto anche dal senso di limitatezza insito nel guidare un Paese di pochi milioni di persone, Gheddafi equipaggiò l'esercito libico in modo spropositato alla sua consistenza numerica, acquistando moderni armamenti dall'Europa e poi, dopo la svolta degli anni '80, dall'Unione Sovietica. L'esercito libico arrivò persino a possedere più aerei dell'aviazione militare britannica mentre, caso quasi unico nel panorama islamico, includeva nei propri ranghi anche le donne. Tuttavia, data sia la scarsità di effettivi che di preparazione, praticamente tutte le avventure militari volute da Gheddafi si risolsero in disfatte. E' il caso della breve guerra del 1977 contro l'Egitto di Sadat (a cui si rimproverava la svolta filoamericana), di quella del 1979 a difesa dell'Uganda (invaso della Tanzania) e soprattutto del ventennale e sfibrante conflitto ingaggiato in Ciad. Gheddafi si inserì per la prima volta nella guerra civile che dilaniava da anni il Paese vicino nel 1973, con alcune annessioni territoriali di confine, intervenendo poi in modo più ingente nel 1979 a fianco del Governo in carica contro i ribelli di Habré. Tradito di volta in volta dai propri alleati o defenestrato dalle operazioni dei servizi segreti occidentali, il Colonnello, nonostante le massicce risorse impiegate e le ingenti perdite di vite umane, non riuscì mai né a controllare il Ciad, né a realizzare la ventilata fusione di questo con la Libia. Le operazioni militari si conclusero con un nulla di fatto nel 1987, ma le vertenze territoriali durarono fino al 1994, quando la Corte di Giustizia dell'Aia impose alla Libia di lasciare gli ultimi territori ciadiani ancora in suo controllo.


LIBIA, MILITANTI E TERRORISTI


A parte gli interventi militari diretti, Gheddafi si distinse soprattutto per il sostegno più o meno aperto a una miriade di movimenti eversivi e di liberazione di tutto il mondo, con un entusiasmo che pare lo abbia portato a finanziare persino gruppi rivelatisi poi inesistenti. Molti dei gruppi finanziati (primi fra tutti i Palestinesi di Abu Nidal) erano altresì dediti all'uso della violenza. Questo particolare, in primo luogo, contribuì a dare alla Libia un'etichetta di stato terrorista da cui non sarebbe mai riuscita a liberarsi (il Colonnello Gheddafi si è sempre difeso dalle accuse sostenendo che aveva finanziato i gruppi senza poi sapere l'uso che essi avrebbero fatto dei fondi, ed aggiungendo che "se Abu Nidal è un terrorista, allora lo era anche George Washington"). Un importante aiuto della Libia (comprendente anche un intervento diretto) andò per lungo tempo ai miliziani del Libano che combattevano l'occupazione israeliana, all'OLP, al Fronte di Liberazione dell'Oman, a movimenti Curdi e al Fronte Polisario, che si batteva contro il Marocco per l'indipendenza del Sahara Occidentale. Anche al di fuori del mondo islamico la Libia fu sorprendentemente attiva, prima di tutto in Africa (Nelson Mandela è legato a Gheddafi da profonda gratitudine per l'aiuto sempre fornito all'African National Congress), ma anche nelle più svariate parti del mondo: la furia rivoluzionaria del Colonnello libico giunse infatti fino a considerare i Kanak della Nuova Caledonia e gli abitanti di Vanuatu nelle Nuove Ebridi. In Europa, e anche in Italia, la Libia fu accusata, e messa sotto inchiesta dai giudici per presunti finanziamenti ai principali gruppi armati sia di estrema destra che di estrema sinistra, oltre che a gruppi secessionisti in Irlanda del Nord, Paesi Baschi, Corsica, Sardegna e Sicilia. Tuttavia, raramente si arrivò a stabilire la verità in via ufficiale: la Libia era fra l'altro apertamente sostenuta da esponenti politici europei di primo piano (in considerazione soprattutto degli interessi economici di molte nazioni europee nel Paese), mentre rapporti di intelligence molto stretti fra Italia e Libia vennero rivelati dallo stesso capo dei Servizi libici in un'intervista alla Repubblica nel 1985. 


GHEDDAFI 'NEMICO NUMERO UNO' DEGLI USA


Le attività libiche di sostegno al terrorismo non rimasero comunque impunite, soprattutto poiché, insieme alle rivendicazioni territoriali della Libia sul Golfo della Sirte e all'atteggiamento nelle questioni petrolifere, portarono il Paese ad essere una sorta di 'nemico numero uno' dell'amministrazione Reagan. A inizio anni '80 questo stato d'animo divenne a tal punto diffuso nell'opinione pubblica statunitense e nei media che, persino nelle pellicole di intrattenimento, il ruolo dei terroristi o dei cattivi era spesso svolto dai libici. Questa situazione portò inevitabilmente allo scontro frontale con gli USA, in cui il Colonnello probabilmente sopravvalutò le proprie possibilità, subendo un pesante attacco aereo nel 1986 (vedi box). Questo luttuoso evento, dopo il quale Gheddafi si mostrò insolitamente cauto, lo condusse probabilmente ad una amara autocritica. Innanzitutto, era da escludersi l'ipotesi di una crociata contro l'Occidente, dato che nessuno degli altri Paesi islamici sembrava disposto ad andare al di là di un generico appoggio formale alla Libia. Secondariamente, erano da ridimensionare le speranze che la Libia riponeva in alcuni leader europei con cui Gheddafi intratteneva rapporti di fiducia: è noto che Mitterrand e Craxi sapevano dell'attacco americano alla Libia in anticipo ma non fecero nulla per far trapelare la notizia. E' più che probabile, inoltre, che l'azione USA avesse tolto al Colonnello una sensazione di impunità che poteva avere prima dell'Operazione El Dorado Canyon. Anche sul fronte interno, nel frattempo, il sostegno al regime non era più quello entusiasta e incondizionato dei primi anni. Pare che, parallelamente alle azioni militari dirette ed indirette, gli USA fossero particolarmente attivi contro la Libia anche in termini di intelligence: secondo quanto rivelato all'epoca da Bob Woodward sul Washington Post, i vertici USA, dopo avere fallito nell'eliminazione fisica del Colonnello, orchestrarono una complessa operazione volta sia a fare pressione psicologica sul leader (convincendolo dell'esistenza di una forte opposizione interna e dell'infedeltà dei più stretti collaboratori, secondo l'ipotesi che Gheddafi fosse già sull'orlo di un crollo psichico), sia a far credere agli alleati europei che nuovi attentati terroristici fossero imminenti.


DOPO IL 1986: NUOVE STRATEGIE E SANZIONI ONU


Dopo un periodo di ritiro spirituale fra le sabbie del deserto, la risposta di Gheddafi all'attacco USA consistette in un rafforzamento dei legami con l'Unione Sovietica (non a caso il raid era stato interpretato da una parte della stampa come un avvertimento all'URSS, in un periodo in cui lo scontro frontale fra le due superpotenze era particolarmente intenso anche in Nicaragua). Inoltre, nell'ambito di un ammorbidimento delle relazioni sia con i vicini che con l'Occidente, Gheddafi decise di chiudere i campi di addestramento per militanti stranieri in Libia e si pose in una veste inedita di mediatore (ad esempio, fra i diversi gruppi palestinesi). La sua iniziativa diplomatica si rivolse con particolare intensità verso il continente africano, ancora come mediatore di pace, e come promotore dell'Union du Maghreb Arabe (UMA), una sorta di mercato comune nordafricano. Nella guerra del Golfo, la Libia non si schierò (come fecero invece altre nazioni arabe) in sostegno dell'Iraq, e anzi propose un piano di pace per scongiurare il confronto militare. Anche i rapporti con l'Italia migliorarono, con un accordo firmato da Gheddafi e Andreotti che finalmente liquidò in gran parte il contenzioso per l'occupazione italiana. Tutto questo non impedì che la Libia tornasse sotto la luce dei riflettori, accusata di implicazioni in alcuni attentati ad aerei civili (fra cui il più noto era senz'altro quello di Lockerbie) che avevano causato la morte di centinaia di persone, nonché di fabbricare armi chimiche nell'impianto di Rabta (che secondo la Libia era solo uno stabilimento farmaceutico). La controversia sull'impianto di Rabta, in particolare, portò gli USA ad un passo da un nuovo attacco al Paese (che probabilmente fu evitato solo grazie agli eventi nell'est europeo, che distolsero l'attenzione da Tripoli). Le presunte implicazioni libiche negli attentati aerei, invece, ebbero conseguenze negative più durature, proprio quando il Colonnello Gheddafi pareva essersi conquistato una nuova immagine di uomo di pace e di moderato grazie alle molteplici azioni svolte a livello internazionale. La vicenda ebbe inizio nel Settembre 1991, quando un Giudice Istruttore francese affermò di avere individuato nei servizi segreti libici i responsabili di un attentato avvenuto nei cieli dell'Africa nel 1989; pochi mesi dopo, le autorità USA e britanniche sostennero una tesi analoga per l'attentato all'aereo della PanAm caduto a Lockerbie in Scozia nel 1988. DI qui un lungo tira e molla fra le autorità di Tripoli e le potenze occidentali, che pretendevano la consegna di due cittadini libici ritenuti responsabili per la strage. Gheddafi rifiutava l'estradizione, sostenendo che all'estero i suoi connazionali non avrebbero goduto di un processo equo. La sua proposta prevedeva invece un processo da tenersi a Tripoli con la partecipazione di giudici occidentali e di tutte le parti in causa; al rifiuto delle controparti, alcuni mesi dopo, arrivò a proporre di consegnare gli imputati ad un Paese neutrale, come Malta o l'Egitto. Di nuovo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna rifiutarono e, infine, riuscirono a indurre il consiglio di Sicurezza dell'ONU (con 10 voti a favore ma senza il voto dei Paesi del Terzo Mondo) a imporre sanzioni su armi, petrolio e voli aerei da e per la Libia con la Risoluzione 748 del 31 Marzo 1992 (aggravata poi dalla Risoluzione 883 dell'11 Novembre 1993). Il regime libico divenne inoltre oggetto di un embargo totale unilaterale da parte degli USA, che più tardi, con il Libya and Iran Sanctions Act (o legge d'Amato) del 1996, stabilirono anche la possibilità di sanzioni per paesi terzi che esportassero beni proibiti (principalmente armi e macchinari di raffinazione) in Libia, o beni civili per più di 40 milioni di Dollari. Gli anni dell'embargo, nonostante i tentativi di mantenere la normalità, furono particolarmente probanti per il Paese, in cui per la prima volta si ebbero aperte manifestazioni di dissenso dal Leader anche sulla stampa, e probabilmente scontri interni al regime (Jallud, storico braccio destro di Gheddafi e presunto 'falco' fu allontanato dal potere nel 1993). Il Colonnello tentò di migliorare la situazione con una strategia di lungo periodo, che comprendeva un ulteriore ammorbidimento verso molti Stati occidentali e un rafforzamento delle sue iniziative diplomatiche verso il continente africano. Un anno particolarmente fruttuoso fu il 1997, quando il Vaticano decise di stabilire legami diplomatici ufficiali con la Libia, e Gheddafi violò unilateralmente l'embargo aereo per compiere un viaggio in diversi Paesi del Continente Nero in cui concludere accordi ed alleanze. L'embargo veniva ormai sistematicamente aggirato non solo dai vicini Arabi della Libia, ma anche dalla maggior parte dei Paesi europei, con gli USA quasi isolati sulla linea dura. Nell'Aprile 1999, quando la Libia si decise a compiere il passo finale di consegnare alla Gran Bretagna i sospetti di Lockerbie, le sanzioni (tranne quelle sulle armi) vennero tolte: contro il Paese rimase in pratica solo la legislazione emanata dagli Stati Uniti, mentre i Paesi europei incrementarono ulteriormente gli scambi economici con Tripoli, già sostenuti negli ultimi anni in violazione dell'embargo (già nel 1997 Roma e Tripoli si erano accordate per la costruzione di un faraonico gasdotto, che avrebbe fatto della Libia il terzo fornitore di gas naturale dell'Italia). La sospensione delle sanzioni, inoltre, ha permesso negli ultimi anni a Gheddafi la continuazione della sua strategia di integrazione africana, mirante, in accordo con altri importanti Paesi come Sudafrica e Nigeria, alla sostituzione dell'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) con una vera e propria Unione Africana, simile (in prospettiva) al modello dell'Unione Europea. 

"OPERAZIONE GERUSALEMME"

Cronaca di un golpe quasi perfetto

L'operazione che portò al potere il ventisettenne Gheddafi (e poche decine o, al massimo, centinaia di compagni reclutati durante gli anni 60 prima nelle Università e poi nell'esercito Libico) colse di sorpresa gli osservatori interni ed internazionali, al punto che molti si rifiutarono di credere che il gruppo avesse agito da solo, suggerendo che fosse stato appoggiato da una potenza esterna, probabilmente l'Egitto di Nasser. Tuttavia, nessuna prova di una tale coinvolgimento venne trovata: non era d'altra parte credibile pensare che uomini del tutto sconosciuti nel loro stesso Paese potessero godere di simili appoggi oltre confine. Gli stessi servizi segreti libici confessarono che tenevano da tempo d'occhio Gheddafi e compagni, ma li avevano lasciati in pace perché non li avrebbero mai ritenuti capaci di compiere nulla di nocivo. Probabilmente, la sorpresa e la perfetta organizzazione delle squadre all'opera, insieme alla situazione di sfascio cui era giunta la Libia sul finire degli anni '60, furono proprio i fattori decisivi per il successo dell'operazione. Eppure, ben tre rinvii (due per eventi contemporanei che consigliavano una dilazione ed uno per una carenza organizzativa) rischiarono di mandare all'aria i piani dei congiurati. Dalla data iniziale (fissata per il 12 Marzo 1969) si era infatti arrivati all'estate inoltrata senza passare all'azione: quello che spinse Gheddafi alla decisione di agire al più presto fu il trapelare della notizia che altri gruppi insurrezionali stavano preparando azioni analoghe a breve termine. Il colpo di stato venne quindi fissato irrevocabilmente per la notte fra il 31 Agosto e il 1 Settembre. Il piano prevedeva che diverse squadre (quella di Bengasi comandata dallo steso Ghaddafi, quella di Tripoli dal suo vice Jallud) agissero contemporaneamente in diverse località per neutralizzarne il potenziale militare. Una particolare importanza (frutto dell'esperienza del giovane ufficiale Gheddafi nei campi di addestramento inglesi) venne attribuita anche agli apparati di comunicazione. Poco dopo la mezzanotte, dopo avere pregato per la buona riuscita dell'opera, i congiurati passarono all'azione. Alle 2 di notte, mentre la squadra di Gheddafi penetrava negli alloggi degli ufficiali superiori di stanza a Bengasi mettendoli agli arresti, altre squadre neutralizzavano le altre principali caserme, catturavano il principe ereditario (il Re era momentaneamente all'estero) e prendevano il controllo della Radio nazionale. Il favore con cui sia la popolazione che le forze dell'ordine accolsero l'azione determinò una singolare limitatezza di spargimento di sangue: solo un morto e 15 feriti per un'azione di portata così vasta. Alle 6.30 del mattino, quando l'esito dell'operazione era ormai certo, lo stesso Gheddafi, penetrato nei locali della stazione radio di Bengasi, lesse al popolo libico (che si stava svegliando senza saperlo all'alba di una nuova era) il proclama che decretava la nascita della Repubblica Araba Libica. Il potere venne preso in via provvisoria dai 12 uomini del Consiglio per il Comando della Rivoluzione, ovviamente nelle persone dei leader del colpo di stato. Tuttavia, all'opinione pubblica e alla stampa internazionali occorse diverso tempo per comprendere l'esatto svolgimento dei fatti e l'identità dei nuovi leader. Soprattutto si ignorava che il giovane ufficiale dell'esercito libico che aveva letto il proclama radiofonico sarebbe diventato uno dei leader più longevi, noti e controversi di tutto il panorama mondiale.


LA 'TERZA TEORIA UNIVERSALE'

L'ideologia di Gheddafi come espressa nel suo 'Libro Verde'

La Terza Teoria Universale venne ideata dal Colonnello quattro anni dopo la sua ascesa al potere, nel tentativo di dare una forma logica alle riforme intraprese in quegli anni nel suo Paese. Presentata in modo fastoso, con quella che il New York Times definì una "conferenza stampa maratona" di sei ore di fronte a centinaia di giornalisti invitati in Libia da tutto il mondo, la teoria rappresentava l'ambizioso tentativo di dare una risposta islamica alle due ideologie allora dominanti, quella liberale e quella socialista. Le idee presentate da Gheddafi nel 1973 vennero poi sviluppate, in quello che venne battezzato 'Libro Verde', durante i cinque anni successivi. Forse anche per le eccessive pretese, l'opera non venne presa molto sul serio, e venne definita sbrigativamente dai più come un coacervo di spunti mal digeriti tratti da una serie di autori diversi. Ciononostante, il libro non mancò di estimatori: si narra che Giulio Andreotti ne abbia offerta in dono una copia ad un perplesso Ronald Reagan nel tentativo di propiziare migliori relazioni fra la Libia e gli USA. Anche un esperto italiano di affari libici, Angelo del Boca, definisce l'opera "una delle poche risposta del mondo arabo-islamico allo strapotere dell'Occidente, anche nel campo del pensiero politico", che "ad una attenta lettura senza pregiudizi può persino sembrare di grande attualità". Del Boca si riferisce in particolare alle proposte del Colonnello in tema di democrazia diretta e deliberativa, non molto distanti da quanto teorizzato dagli studiosi occidentali sulla crisi del sistema democratico-parlamentare. Il libro si divide in tre parti, che si occupano rispettivamente della parte politica, economica e sociale della Terza Teoria. Politicamente, la proposta di Gheddafi si basa su una decisa formula di democrazia diretta, secondo il principio "nessuna rappresentanza al di fuori del popolo". In quest'ottica, viene aspramente criticato il sistema rappresentativo parlamentare, e in particolare il Partito (allo stesso modo del concetto di Classe nell'ideologia Sovietica), definito "il più recente sistema dittatoriale", strumento di una parte di cittadini (con in comune gli stessi valori e le stesse idee) per dominare la società. Allo stesso modo, il Parlamento, essendo composto in maggioranza dai rappresentanti del partito o dei partiti vincitori, viene ritenuto incapace di quella funzione di controllo che gli spetterebbe. La proposta del Colonnello prevede invece un sistema basato su assemblee popolari di base incaricate di dibattere i problemi, che deleghino successivamente propri membri per il Congresso generale del popolo, da tenersi una volta l'anno. La proposta, benché apparentemente semplicistica, tocca però nervi scoperti del sistema parlamentare, ad esempio quando deplora la natura di 'macchine elettorali' dei partiti: in quanto la loro finalità primaria di conquista del potere porta a risultati paradossali, come criticare l'operato dei partiti avversari, anche quando questo sia stato positivo. Dal punto di vista economico, la teoria di Gheddafi appare invece meno equidistante fra Est ed Ovest, prevedendo un modo di produzione socialista basato sull'abolizione del salario, in cui i lavoratori, essendo anche i produttori, partecipino direttamente agli utili ricavati dal loro lavoro. La comunità internazionale, invece, dovrebbe essere formata da nazioni che comprendano tutti gli individui appartenenti ad un'unica religione, mentre la legge naturale, nel pensiero del leader Libico, dovrebbe corrispondere a quella divina rivelata. La base della società è rappresentata dalla famiglia (che è anche il luogo dove dovrebbe avvenire l'educazione primaria) e, ad un livello più ampio, dalla tribù. Il libro Verde afferma, inoltre, la dignità delle donne (che dovrebbe realizzarsi nell'espletamento di compiti 'naturalmente' differenti da quelli dell'uomo, ma con pari diritti), il diritto di tutti gli esseri umani di accedere ad ogni forma di sapere e il grande beneficio, sia a livello personale che sociale, che deriva dalla pratica attiva dello sport.


OPERAZIONE EL DORADO CANYON

Come gli USA tentarono di eliminare il Colonnello

Negli oltre 30 anni passati al potere in Libia, Muammar Gheddafi è stato oggetto di numerosi tentativi di assassinio e di colpi di stato per rovesciare il suo regime. Sicuramente il più eclatante, anche perché condotto apertamente da una grande potenza occidentale, fu l'attacco aereo americano del 1986 dal nome in codice 'Operazione El Dorado Canyon'. Al di là delle motivazioni immediate, l'evento fu il frutto di anni di cattivi rapporti fra Libia e USA, e particolarmente fra il Colonnello e il Presidente Reagan, che arrivò (probabilmente sopravvalutando le reali risorse libiche) a concepire Gheddafi come la minaccia numero uno per gli interessi americani in Medio Oriente. I rapporti fra i due leader, già negativi subito dopo l'elezione di Reagan, sfociarono col tempo in un vero e proprio botta e risposta mediatico fatto prevalentemente di insulti reciproci. Alle origini della contesa stavano però anche ragioni concrete, da ricercarsi prevalentemente nelle ambizioni internazionali del leader libico. Washington era preoccupata infatti sia dall'appoggio dato da Tripoli ad organizzazioni terroristiche come Abu Nidal che dall'interventismo di Gheddafi, che si esprimeva anche in rivendicazioni territoriali (in generale su molte isole del mediterraneo, fra cui quelle italiane, ma specialmente, in questo caso, sul Golfo della Sirte, per cui Tripoli rivendicava lo status di mare territoriale). La prima mossa concreta di Reagan contro la Libia fu l'appoggio all'opposizione in Ciad, dove Gheddafi si era impegnato in una lunga ed estenuante guerra. Nel 1985, non contenta della punizione già inflitta, l'amministrazione USA varò il Piano Flower, che comprendeva diversi progetti, che andavano dal sostegno attivo all'opposizione clandestina libica per rovesciare il regime del Colonnello, ad un attacco a sorpresa alla Libia con il coinvolgimento dell'Egitto. Gli attacchi terroristici a Roma e Vienna del Natale 1985, dietro cui Reagan vedeva la mano di Gheddafi, convinsero gli USA a passare alla fase operativa. Dopo il dispiegamento di forze aeree e navali intorno alla Libia, un primo scontro, che coinvolse soltanto obiettivi militari, si ebbe il 25 Marzo (pare con alcune decine di morti da parte libica). Dopo gli attentati dei giorni successivi ad un aereo della TWA e ad una discoteca di Berlino Ovest frequentata da militari americani, gli USA (ufficialmente basandosi su alcune intercettazioni di comunicazioni fra Tripoli e agenti libici a Berlino Est, e nonostante segnalazioni di intelligence che propendevano per la pista siriana) decisero di andare fino in fondo, con quella che venne chiamata 'Operazione El Dorado Canyon'. Coinvolgendo oltre cento aerei (oltre a mezzi addizionali per ricerche e supporto logistico), l'operazione si basò su una coordinazione delle forze della marina e dell'aviazione americana. La complessità dell'azione venne accresciuta anche dal lungo percorso che una parte degli aviogetti, provenienti dalle basi inglesi, dovevano compiere, non essendo stato concesso il sorvolo del territorio francese e spagnolo. Gli obiettivi dell'azione, scattata alle 2 di notte del 15 Aprile 1986, erano 5: gli aeroporti militari di Tripoli e Bengasi, la base navale di Sidi Bilal (dove si diceva che terroristi venissero addestrati per azioni sottomarine), la base missilistica di Benina in Cirenaica, e, infine, la caserma di Bab al'Aziziyyah (ufficialmente perché centro di comando per operazioni terroristiche, ma in realtà perché residenza abituale di Gheddafi). Gli aerei F-111 dell'aviazione si occuparono degli obiettivi nella zona di Tripoli, mentre agli A-6 e A-7 della marina vennero assegnati quelli nei pressi di Bengasi. L'attacco andò a segno ovunque; l'aviazione libica, probabilmente colta di sorpresa, non ebbe nessuna reazione, mentre la contraerea riuscì ad abbattere un aereo USA e a colpirne un altro. L'azione provocò 37 vittime secondo le fonti ufficiali libiche, molti di più secondo altre testimonianze. Non ebbe successo, però, in quello che probabilmente era l'obiettivo principale, vale a dire l'assassinio del Colonnello Gheddafi. Tuttavia, lo stesso leader libico avrebbe raccontato, in un'intervista di alcuni giorni dopo riportata da La Repubblica, l'orrore del bombardamento notturno alla sua residenza, quando si era precipitato in soccorso dei bambini, senza però riuscire a salvare la figlia adottiva Hanna (la moglie e altri due figli rimasero invece feriti). Le reazioni da parte libica (a parte il lancio 'a caldo' di due missili contro una base radar USA a Lampedusa, ampiamente fuori bersaglio) furono insolitamente sommesse. Probabilmente, il mancato sostegno sia dell'Europa che del mondo Arabo (che condannò l'azione USA solo a parole) fece capire al Colonnello che era necessario un cambiamento di rotta nelle relazioni internazionali, dal momento che, in mancanza di alleanze consistenti, nessuna resistenza era possibile contro lo strapotere USA.


GHEDDAFI CONTRO OSAMA BIN LADEN

Sorprendenti rivelazioni nell'indagine di due giornalisti francesi

La Libia è stata spesso implicata nelle indagini sul terrorismo internazionale, con alcune condanne, come quella per l'attentato di Lockerbie, già passate in giudicato. Né lo stesso Ghaddafi ha mai negato l'appoggio dato negli anni '70 e '80 a gruppi come quello di Abu Nidal. Tuttavia, il regime di Tripoli non si può strettamente definire uno stato fondamentalista: già nel Libro Verde, Gheddafi mostrava un'interpretazione tutto sommato moderata dell'Islam (ne è la prova anche il corpo scelto femminile compreso nella sua guardia del corpo, le leggendarie 'gazzelle'). Se Gheddafi si è trovato spesso ad intrattenere rapporti con organizzazioni (o Paesi, come il Sudan) comunemente considerati fondamentalisti, negli anni '90 ha però maturato posizioni sempre più avverse all'estremismo religioso, arrivando a dichiarare: "I gruppi islamisti sono un'onta per la nazione araba. La loro esistenza tradisce uno stato di impotenza e di perdizione", oltre che a pronunciarsi contro l'esportazione del Jihad in Europa e negli USA. In questo quadro vanno inserite le rivelazioni di due ricercatori francesi, Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié, che nel loro recente lavoro Ben Laden. La verité interdite (Ed. Italiana La verità negata, Marco Tropea Editore, 2002) mostrano un documento eccezionale: il primo mandato di cattura internazionale che, a detta degli autori, sia mai stato emesso contro Osama bin Laden. L'eccezionalità del documento sta nel fatto che non è stato emesso da un Paese occidentale, ma su richiesta del Ministero degli Esteri della Libia, il 15 Aprile 1998, per l'uccisione di due cittadini tedeschi (secondo alcune fonti, agenti del controspionaggio del loro Paese) avvenuta in suolo libico 4 anni prima. Il primo interrogativo che gli autori del libro si pongono (senza però riuscire a dargli una risposta) è come mai, a due anni dall'attentato di Dhahran, le autorità americane non avessero ancora emesso un documento analogo. Il secondo è perché proprio le autorità libiche abbiano invece preso questa iniziativa. La risposta, secondo i due giornalisti francesi, è da ricercarsi nell'appoggio fornito a bin Laden ad un gruppo fondamentalista, Al Muqatila, che aveva come obiettivo la penetrazione e la presa di potere in Libia. Gli autori citano inoltre un ex agente del servizio segreto britannico M15, David Shayler, il quale sosterrebbe che i servizi segreti britannici avrebbero programmato, fallendo, "un'operazione per uccidere Gheddafi nel Novembre 1996, proprio con l'appoggio di Al Muqatila". Sullo stesso argomento, a due mesi dall'attentato alle torri gemelle, apparvero anche su internet (consultabili alla pagina http://allafrica.com/stories/200111300053.html) stralci di un'intervista di un giornale arabo ad un funzionario libico, Ali Abdel Salam Al-Triki, il quale avrebbe affermato: "Quando chiedemmo all'Interpol l'arresto di Osama bin Laden, furono i Paesi occidentali che lo difesero", aggiungendo che il Presidente Reagan "ad un certo punto lo considerava un combattente per la libertà, poiché combatteva i Comunisti".

BIBLIOGRAFIA

Chi volesse approfondire gli argomenti trattati in questo articolo può consultare le opere di Angelo del Boca, prima fra tutte le bellissima biografia Gheddafi. Una sfida dal deserto (Laterza 1998),
Per saperne di più sull'Islam in Libia, vedere il reportage "Islam e utopia" di Monika Bulaj (Internazionale n. 448/450 del 2 Agosto 2002),
mentre per le vicende più recenti "Il ritorno spettacolare della Libia" di Bruno Calles de Salies (Le Monde Diplomatique del Gennaio 2001 - Ed. It. Supplemento a Il Manifesto).
Su internet si possono trovare informazioni più specifiche (prevalentemente in lingua inglese) nei seguenti siti:
http://www.geocities.com/Athens/8744/mylinks1.htm (sito semi-istituzionale di risorse sulla Libia)
http://ourworld.compuserve.com/homepages/Dr_ibrahim_ighneiwa/ (risorse varie sul Paese, fra cui ottime pagine e foto su colonizzazione italiana e resistenza)
http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/ly.html (CIA World Factbook - Aggiornatissimo)
http://lcweb2.loc.gov/frd/cs/lytoc.html#ly0067 (Dati della Libreria del Congresso USA - datati 1987)
http://www.countryreports.org/history/libyhist.htm (storia della Libia dall'antichità)
http://www.specialoperations.com/Operations/dorado.html (operazione El Dorado Canyon)
http://www.amicus.it/libri/libroverde/ (il Libro Verde di Gheddafi in lingua italiana)

venerdì 25 febbraio 2011

Acqua: Berlino dà l'esempio

Il referendum popolare di domenica scorsa si è chiuso con una vittoria che ha sfiorato l’unanimità: il 98,2 per cento dei cittadini vuole che la Berliner Wasserbetriebe sia gestita esclusivamente dal Comune

Anche a Berlino l’acqua torna pubblica. A deciderlo una consultazione popolare che ha chiesto ai cittadini della capitale tedesca, domenica 13 febbraio, di dire “sì” o “no” alla proposta di togliere la gestione dell’acqua ai privati.

Se in Italia si deve ancora votare sulla questione della privatizzazione dei servizi idrici , e se in una città come Parigi è già stato deciso da parecchio tempo di renderli nuovamente pubblici, oggi anche Berlino ha deciso che non si possono più associare speculazioni e profitti ad un bene di primaria importanza come l’acqua.


I berlinesi hanno infatti votato “sì” al referendum per l’annullamento della privatizzazione parziale della società di gestione dei servizi idrici. Una vittoria a dir poco schiacciante: su oltre 678.000 elettori, il 98,2%, ha votato a favore di un’inversione di marcia, rivendicando anche una maggiore trasparenza dei contratti.


«Un bene essenziale come l'acqua non può essere fonte di profitto, vogliamo che torni in mano pubblica», ha dichiarato il portavoce del Comitato promotore, Thomas Rodek. E così sarà. Quello del referendum berlinese è stato un trionfo dei sì: ne servivano almeno 616.571, e ne sono arrivati 665.713. Andreas Fuchs, il cassiere del comitato referendario, commenta: «Ci speravo, ma non me l’aspettavo più, vista la scarsa affluenza in mattinata». Ed aggiunge: «È la prova che si può fare molto anche con pochi mezzi». Pochi mezzi davvero, dato che il comitato disponeva di soli 12 mila euro per organizzare tutto: soldi ottenuti interamente da donazioni (mentre gli organizzatori del fallito referendum sulla religione a scuola di due anni fa avevano raccolto centinaia di migliaia di euro).

La richiesta riguardava la pubblicazione integrale del contratto con cui nel 1999 la capitale tedesca, cercando di fare cassa, decise di vendere alle società Rwe e Veolia il 49,9% dell’azienda dei servizi idrici comunali, la Berliner Wasserbetriebe. Un contratto di cui solo nel novembre del 2010 i promotori del referendum hanno ottenuto la pubblicazione da parte del municipio berlinese: 700 pagine che illustrano il processo di privatizzazione parziale. Un dossier che mostra come la città abbia garantito alti margini di guadagno alle due imprese interessate, Rwe e Veolia. Che, nell’arco di dieci anni, hanno incassato più utili dell’intera città di Berlino: 1,3 miliardi contro 696 milioni. Ora l’obiettivo del comitato referendario resta quello di riportare completamente la Berliner Wasserbetriebe in mani pubbliche. Evitando possibilmente di replicare quanto successo nella vicina Potsdam, dove, nonostante la società di gestione dei servizi idrici sia stata rimunicipalizzata dieci anni fa, i prezzi hanno continuato a salire. E a far pagare oggi un metro cubo d’acqua più che a Berlino (5,82 euro).

In una domenica compresa tra il 15 aprile ed il 15 giugno gli italiani si potranno esprimere sul quesito riguardante l'abrogazione del decreto Ronchi, col quale nel 2009 è stato sancito che il servizio idrico non potrà più essere gestito da società pubbliche, ma solamente affidato a società che sono o totalmente private, o possedute da privati per almeno il 40%. Il secondo quesito riguarda invece la cancellazione del “Codice dell'ambiente”, una norma che prevede una quota di profitto sulla tariffa per il servizio idrico, la cosiddetta "remunerazione del capitale investito".

Secondo i detrattori italiani dei referendum sull’acqua “privatizzare non può che migliorare la qualità dei servizi”. Per i sostenitori del referendum di Berlino, invece, in seguito alla privatizzazione parziale dei servizi idrici comunali i prezzi dell’acqua sono aumentati del 35%, collocandosi fra i più alti di qualsiasi altra città tedesca. A Berlino un metro cubo d’acqua costa 5,12 euro, a Colonia 3,26.

Teniamolo ben presente, quando questa primavera ci recheremo a votare. Ce lo ricorda anche Dorothea Härlin, del comitato referendario berlinese, che sottolinea l’importanza internazionale del successo registrato nelle urne il 13 febbraio, ricordando che «non soltanto i berlinesi, ma i cittadini di tutto il mondo si battono per l’acqua».

Fonte: Ilribelle *

Charlie Brooker fa a pezzi Berlusconi

giovedì 24 febbraio 2011

Fini apre all'immunità: "Sì, ma con una maggioranza qualificata"

"Berlusconi vuole il conflitto istituzionale permanente. Ma non è giusto che dia le dimissioni per via giudiziaria, va sconfitto politicamente

ROMA - Sull'immunita' parlamentare "non ci sarebbe nulla di eretico a discuterne, i padri costituenti l'avevano prevista, in assemblee come il Parlamento europeo ci sono prerogative analoghe". Lo dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un colloquio con l'Espresso, in edicola domani al prezzo speciale di un euro. "Ma oggi in Italia- insiste- parlare di ritorno all'immunita' significa garantire l'impunita'. Non e' cosi'? E allora sfido il Pdl: prevediamo per l'autorizzazione a procedere una maggioranza qualificata, i due terzi dei votanti della Camera, in modo che siano bloccate solo quelle inchieste dove e' evidente il fumus persecutionis e non ci sia invece il rischio di garantire l'impunita' a colpi di maggioranza. So gia' che anche questa elementare proposta sara' considerata una provocazione. Perche' il Pdl e' solo alla ricerca di una corazza per Berlusconi contro i giudici".
BERLUSCONI VA SCONFITTO POLITICAMENTE - "E' un'ipocrisia dire: il giudice naturale e' il Tribunale dei ministri. Se fosse davvero cosi' basterebbe che il Pdl chiedesse alla Camera l'autorizzazione a procedere in tal senso. Altrimenti e' tutto un infingimento. Un gioco degli specchi". Cosi' il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un colloquio con l'Espresso, parlando del caso Ruby.
"Non e' ne' saggio ne' giusto- continua- auspicare che Berlusconi possa essere costretto a rassegnare le dimissioni per via giudiziaria. Berlusconi va sconfitto politicamente, con le elezioni". E ripete quello che dichiaro' a vicenda appena scoppiata, quattro mesi fa: "Se quella telefonata c'e' stata, ci sarebbe un uso privato di incarico pubblico'. 'Nulla da aggiungere oggi, se non che sottoscrivo in pieno quanto ha detto il capo dello Stato: l'imputato ha diritto di difendersi nel processo, non dal processo".
INTERESSE AL CONFLITTO - "La nuova anima del berlusconismo non e' il conflitto di interessi, e' l'oggettivo interesse al conflitto. C'e' un interesse al conflitto permanente per creare uno stato di tensione, una perenne ordalia in cui si fa vivere agli italiani sempre l'ultima ora della campagna elettorale decisiva". Lo dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un colloquio con l'Espresso in edicola domani al prezzo speciale di un euro. "Berlusconi- continua- alza muri per far dimenticare i suoi fallimenti, scava fossati contro i nemici: i comunisti, i giornalisti, i magistrati, gli alleati infedeli, Santoro, Fini... Va ben oltre il conflitto politico: come ha sottolineato il capo dello Stato, il pericolo e' scatenare un conflitto istituzionale. Berlusconi ha delle istituzioni la stessa idea che ha del Pdl: una concezione proprietaria che lo porta ad attaccare i giudici, la Consulta, la Camera, fino a lambire il Quirinale", conclude il leader di Fli.
NE VALEVA LA PENA - "Ne valeva la pena?, mi sono chiesto spesso. Ma di fronte a quello che vedevo mi sono detto: non e' per questo che ho deciso di fare politica da giovane. A quasi sessant'anni non e' piu' una questione politica. È qualcosa di piu' profondo: una questione di dignita''". Lo dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un colloquio con l'Espresso, in edicola domani al prezzo speciale di un euro, sulla nascita di Fli.
Fini spiega che dopo l'assemblea di Milano era "soddisfatto, avevo tolto dal campo l'equivoco di un'alleanza con la sinistra, senza ambiguita'. E Bocchino, Urso e Viespoli avevano usato le stesse parole. Ora andremo avanti piu' spediti di prima. Voltiamo pagina, guardiamo al futuro e non al passato. Cosa sara' del Pdl dipendera' dall'epilogo della stagione di Berlusconi. E l'epilogo saranno le prossime elezioni, tra due mesi o due anni, e' li' che vedremo se abbiamo vinto o perso".
24 febbraio 2011
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia Dire» e l'indirizzo «www.dire.it»

mercoledì 23 febbraio 2011

Annarella: prima devo sputà in faccia a Berlusconi e poi me moro...

cresce il capitale? sì ,anche la disoccupazione

di Fred Goldstein 
L'annuncio da parte del governo USA che la disoccupazione è calata dal 9,4% al 9% in gennaio è pura manipolazione statistica intesa a ingannare i lavoratori per far loro credere che le cose andranno meglio.
Il governo ammette che, a causa della crescita della popolazione, ci vogliono 130.000 nuovi posti di lavoro al mese per accomodare quelli che entrano nella forza lavoro. In gennaio sono stati creati soltanto 32.000 nuovi posti di lavoro. Tuttavia secondo le supposizioni la disoccupazione è calata dello 0,4%! L'amministrazione Obama inneggia a questa magia economica come un segno che le cose stiano progredendo.
E' un tentativo di calmare le acque quando, di fatto, i lavoratori, il movimento sindacale, le comunità e i giovani dovrebbero essere a mobilitarsi in marce per i posti di lavoro nelle strade dirette verso i municipi, i palazzi statali, Washington e i padroni e i banchieri attraverso tutto il paese. E' urgentemente necessaria la mobilitazione di massa per combattere la sempre più disperata crisi della disoccupazione, che viene nascosta dalle stupidaggini statistiche.
Bob Herbert, il ben noto editorialista afroamericano del New York Times, scrive degli effetti della crisi sui poveri. Mentre fa parte dell'establishment dei media, nondimeno ha inveito contro le menzogne e l'ipocrisia del governo riguardo l'economia.
Il 4 febbraio ha scritto: "Ciò di cui gli zeloti dei dati hanno bisogno è di lasciare le loro stanze chiuse ermeticamente e di camminare fuori, fare una passeggiata tra i milioni di americani che stanno male. Dovrebbero parlare con le famiglie che soffrono, che perdono la casa, dividono una stanza da letto, controllare nei rifugi per i senza tetto. ...
"Forse gli zeloti dei dati sono inciampati su una soluzione", ha continuato Herbert. “Hanno creato un modello nel quale un numero radicalmente insufficiente di posti di lavoro ha avuto come risultato un brusco declino nella misura ufficiale della disoccupazione. Se questa tendenza può essere sostenuta, alla fine porteremo giù a zero il tasso dei disoccupati. La gente soffrirà ancora, ma alla fine sarà raggiunta la piena occupazione".
4,9 milioni di 'lavoratori mancanti'
Qui alcuni dei fatti omessi dal governo nei suoi comunicati stampa.
Il tasso di disoccupazione è calcolato sulla base del numero di occupati paragonato al numero totale di lavoratori che si considera stiano partecipando alla forza lavoro. Questo è un punto molto importante da tenere a mente.
"Sorprendentemente, la forza lavoro è tre quarti di un milione di lavoratori più piccola di quanto era prima che cominciasse la recessione", ha scritto Heidi Shierholz, ricercatore dell'Economic Policy Institute, un istituto di ricerca orientato al lavoro. "Ci si sarebbe aspettato che aumentasse di approssimativamente 4,1 milioni di lavoratori dal dicembre 2007 al gennaio 2010, data la crescita della popolazione in età lavorativa durante questo periodo". (www.epi.org, 4 febbraio)
Così, conclude la Shierholz , vi sono 4,9 milioni di "lavoratori mancanti" che non sono entrati nella forza lavoro o l'hanno lasciata.
Se soltanto metà di questi fossero calcolati come parte della forza lavoro, il tasso ufficiale di disoccupazione sarebbe salito al 10,5%, secondo la Shierholz. Se venissero inclusi tutti, il tasso ammonterebbe al 12%!
I "lavoratori mancanti" sono senza dubbio in modo sproporzionato neri e latini, riflettendo la sproporzione nella disoccupazione, che ufficialmente è il 15,7% per i lavoratori afroamericani e similare per i lavoratori latini. Ufficialmente la disoccupazione per i minorenni afroamericani è del 45%.
Nessun posto di lavoro per i tre quarti dei disoccupati
Una misura più fondamentale della crisi è che, anche se tutti i posti di lavoro disponibili fossero riempiti domani, non vi sarebbero posti di lavoro sufficienti per più di tre quarti dei lavoratori disoccupati. Il numero totale delle opportunità di posti di lavoro a dicembre era di 3,1 milioni. Il numero ufficiale dei disoccupati era di 14,5 milioni. Il rapporto di lavoratori disoccupati per posti di lavoro era di 4,7 a 1. (www.epi.org, 8 febbraio)
La Shierholz dimostra che nei 18 mesi della oltremodo anemica ripresa dopo la recessione del 2000-2001, vi erano 62,6 milioni di opportunità di posti di lavoro. Ma nei primi 18 mesi della ripresa capitalista dalla crisi del 2007-2008, vi erano soltanto 51,1 milioni di opportunità di posti di lavoro. Oggi le opportunità di posti di lavoro sono il 18% più basse di otto anni fa, nonostante un significativo incremento della popolazione dal 2002.
La Shierholz conclude che le statistiche governative mostrano che dal dicembre 2007 al febbraio 2010 sono stati perduti 8,7 milioni di posti di lavoro. Undici mesi più tardi, erano stati creati 1 milione di posti di lavoro intendendo una perdita netta di 7,7 milioni. Ma, in aggiunta a questo, erano necessari 3,7 milioni di posti aggiuntivi per la popolazione in età lavorativa che è entrata nella forza lavoro. In altre parole, l'economia capitalista ha bisogno di altri 11,4 milioni di posti di lavoro soltanto per tornare al livello di disoccupazione del 5% di prima che la crisi colpisse.
Opinione di un miliardario preoccupato
Dall'altra parte dello spartiacque di classe, ascoltate Mortimer Zuckerman, immobiliarista miliardario, editore e direttore della rivista di destra “U.S. News & World Report”. Con una ricchezza di $2,8 miliardi, Zuckerman è 147° nella lista di Forbes delle 400 persone più ricche degli USA. In un articolo intitolato "La Grande Recessione dei posti di lavoro", questa figura della classe dominante ha scritto:
"Non vi è alcuna vita nel nostro mercato del lavoro. Ufficialmente la recessione è terminata nel giugno 2009, la Grande Recessione dei posti di lavoro continua velocemente. Da quando il governo ha iniziato a misurare il ciclo economico non vi è una profonda recessione segnata da tali alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione e seguiti da una simile anemica crescita dei posti di lavoro. Più posti di lavoro sono stati perduti nella recessione del 2007-09 che nelle quattro precedenti recessioni combinate è questa volta rimpiazzarli è un affare dolorosamente lento". (www.usnews.com, 11 febbraio)
Continua Zuckerman: "Mentre la cifra della disoccupazione dei titoli è giù, il numero degli 'addetti a margine' è aumentato di 300.000 e il declino del tasso dal 9,4 al 9% è principalmente perché questi lavoratori hanno soltanto lasciato il mercato. Ma non hanno lasciato la vita negli USA".
Inoltre, Zuckerman rileva che dei 900.000 a 1 milione di posti di lavoro che si pretende siano stati creati nel 2010, diverse centinaia di migliaia erano lavori statali precari, come quelli che raccolgono dati per il censimento.
Indica numerose questioni che considera cruciali. Tra loro:
Il numero di posti di lavoro a tempo pieno è giù di all'incirca 10 milioni (sua cifra).
Il numero di disoccupati a lungo termine, più di 27 settimane, è il più alto da quando vengono tenuti i dati.
Un terzo dei nuovi posti di lavoro nello scorso anno sono stati da servizi di assistenza precari che "riflettono che le imprese cercano di tagliare i costi delle indennità dell'occupazione a tempo pieno e di utilizzare assunzioni appena in tempo e assunzioni part-time per migliorare il risultato". (Questo da un miliardario che è pienamente consapevole del suo risultato).
La paga oraria reale è calata nei primi quattro trimestri da quando la recessione è terminata ufficialmente, invece della tipica crescita del 2,5% durante i primi quattro trimestri dopo le ultime 10 recessioni.
I governi statali e locali, che contano per il 15% di tutti i posti di lavoro, sono in "modalità riduzione dimensioni".
Verso la fine del suo pezzo, Zuckerman da piena attenzione alle sue preoccupazioni.
"Le tendenze a lungo termine sono accelerate in modi deprimenti per il lavoratore americano. Vi è più delocalizzazione all'estero, più automatizzazione, più conversione di posti di lavoro a tempo pieno in precari e appalti e un salario medio stagnante. Le tecnologie dell'informazione avanzano rapidamente, raddoppiando ogni paio d'anni e vengono sempre più impiegate per eliminare posti di lavoro di tutti i tipi.
"Questo sottolinea il lato negativo delle tecnologie che avanzano, che assieme alla globalizzazione sono state le forze principali di salari che si riducono e di opportunità che diminuiscono, specialmente per quei posti di lavoro che sono fondamentalmente di routine e di natura ripetitiva. Il rischio che delle macchine semi-intelligenti possano distruggere così tanti posti di lavoro, che questa tendenza possa letteralmente destabilizzare l'intera società è una delle sfide maggiori che i governi hanno di fronte in tutti i paesi mentre cercano di trovare lavoro per milioni di diplomati che entrano in un mercato del lavoro che non ha nulla per loro".
Sentiamolo ancora: "potrebbe letteralmente destabilizzare l'intera società". Questo suona moltissimo come se Zuckerman tema una rivolta stile Egitto se il capitalismo continua lungo la sua attuale rotta.
Ripresa senza posti di lavoro & legge dell'accumulazione capitalista di Marx
Queste conclusioni sono completamente in armonia all'analisi del capitalismo di Karl Marx. Nella sua opera epocale, "Il capitale", Marx ha dimostrato che mentre il capitale cresce sempre più grande, diventa sempre più produttivo e ha relativamente meno bisogno di lavoro. Di conseguenza, crea un esercito di riserva sempre crescente di disoccupati. Questo è trattato in "La legge generale dell'accumulazione capitalista" nel volume I. La legge descritta da Marx ora si manifesta violentemente.
I dati teoricamente e praticamente importanti per la classe lavoratrice sono il fatto che la ripresa capitalista vale a dire, la ripresa di affari e profitti per i capitalisti ha raggiunto lo stadio di espansione economica.
Nel quarto trimestre del 2010, l'economia capitalista è cresciuta a un tasso del 3,2%. Questo è un miglioramento sul trimestre precedente. Ma, in maniera più importante, il prodotto interno lordo, ovvero la somma di tutti i beni e servizi prodotti, ha raggiunto $13,38 trilioni, un nuovo record e più alto del picco nell'ultimo rialzo. Ma i posti di lavoro non sono — ripeto, non sono — ritornati.
Piuttosto, l'economia capitalista sta crescendo e i posti di lavoro stanno scomparendo; i lavoratori disoccupati stanno scomparendo dalle statistiche; la sofferenza di massa sta aumentando sotto la superficie e la situazione reale non viene riferita. Il capitalismo ha raggiunto un punto al quale il mercato del lavoro si contrae mentre il capitale aumenta. Questo crea una crisi permanente e severa per le masse e per il sistema stesso.
Per la classe lavoratrice e per gli oppressi negli USA l'unica via d'uscita da questa crisi è di seguire le orme delle masse egiziane che hanno rovesciato il loro dittatore, Hosni Mubarak. Uno slogan molto comune durante quella ribellione era "Basta"!
Qui i lavoratori non ce la fanno più con la disoccupazione, i sequestri e gli sfratti, con l'aumento dei ritmi di produzione, con la perdita di salari e indennità, con i licenziamenti, con la fame e la povertà. Siamo stanchi del razzismo, del sessismo, del fanatismo anti LGBTQ, degli attacchi verbali violenti agli immigrati, della brutalità della polizia, dell'incarcerazione, della guerra, dell'occupazione e dell'intervento. I lavoratori sono stanchi di vedere i banchieri prendere centinaia di miliardi mentre noi dobbiamo soltanto cercare di sopravvivere.
Maurizio Pallante: la decrescita felice (1)  
Serge Latouche. La decrescita felice (2)

martedì 22 febbraio 2011

Rivoluzione Colorata negli USA!?!

Ma dove sono tutti i babbei sinistronzi demourlanti quando accadono certe cose a casa di Obama, il piccolo ‘Vendola d’America’?


Ci sono immagini che scorrono più velocemente degli eventi che pretendono di descrivere, e che spesso pretendono di descrivere in modo esagerato, o provocatorio, o demagogico, o militante, ecc. I residenti del Wisconsin si ribellano contro le misure di austerità del governatore repubblicano Walker, con grandi manifestazioni, occupazioni di luoghi pubblici, ecc. L’incidente che ha richiamato l’attenzione su questi eventi, la minaccia del Governatore Walker di far intervenire la guardia nazionale contro i manifestanti; l’immagine di Cairo-Madison (capitale del Wisconsin), tendono a caricare gli eventi di una dimensione simbolica che potrebbe avere importanti conseguenze politiche, nella loro evoluzione…
- Lunedì, già alcuni manifestanti avevano posto la loro rivolta sotto il segno del riferimento egiziano: “Lunedi’, centinaia di studenti e professori dell University of Wisconsin-Madison si sono presentati al Campidoglio di Stato cantando “uccidiamo questo disegno di legge”, portando cartelli con il messaggio ‘Dal Cairo a Madison lavoratori unitevi!’.” (Huffington Post 17 febbraio 2011)
- Giovedì, lo slogan ha preso piede ed è diventato un quadro rappresentativo della situazione a Madison, Wisconsin, anche se i fatti e gli eventi sono nettamente diversi. Lo slogan è diventato l’immagine di un evento nazionale con la dichiarazione televisiva del congressista repubblicano Paul Ryan (Raw Story, 17 Febbraio 2011 ): “Il Rep. del Wisconsin Paul Ryan, un astro nascente nel partito repubblicano, Giovedì ha equiparato la protesta contro il piano di bilancio del suo governatore, Scott Walker (R), alle storiche manifestazioni in Egitto della scorsa settimana, che hanno portato alla caduta del presidente Hosni Mubarak. “Vi sono disordini. E’ come se si trasferissero dal Cairo a Madison, in questi giorni”, ha dichiarato Ryan al Morning Joe della MSNBC.”
- I democratici intendono spingere la disputa sul terreno a loro amichevole, politicamente e mediaticamente, e dove possono far ritrovare prestigio e popolarità alla loro ala sinistra liberale. Sperano di espandere il movimento negli stati di Ohio e Indiana, che preparano le stesse misure del Wisconsin. I Democratici hanno l’appoggio pubblico di Obama. (Huffington Post del 17 Febbraio 2011):
Sulla base della situazione in Wisconsin, decine migliaia di manifestanti si sono opposti al governatore repubblicano. Lo sforzo di Scott Walker nel sottrarre il diritto alla contrattazione collettiva ai sindacati dei dipendenti pubblico dello Stato, ha spinto l’organizzazione della campagna del Presidente Obama Barack, a mobilitare i suoi seguaci in Ohio e Indiana, dove, misure analoghe sono prese in considerazione.
“A migliaia sono scesi verso la sede del governo statale dell’Ohio, Giovedì, per protestare contro un progetto di legge che eliminerebbe i diritti di contrattazione collettiva per i dipendenti  statali e limiterebbe i diritti dei dipendenti del governo locale. Il problema è simile a quella in Wisconsin: I supporter dicono che è necessario affrontare i problemi di budget, mentre gli avversari dicono che non è null’altro che un attacco feroce ai sindacati.
“Ora ripiegato nel Democratic National Committee, il gruppo per la campagna di Obama ‘Organizing for America’ è già attivamente impegnato nel Wisconsin ed ha iniziato incrementare gli sforzi organizzativi in Ohio, anche se alcuni osservatori affermano “Quest’ultimo processo è circa una settimana indietro rispetto a quello nel Wisconsin. Il gruppo ha anche iniziato a insediarsi in Indiana, dove il legislatore sta valutando una proposta di legge per limitare la contrattazione collettiva degli insegnanti…

In questo caso vi è il meccanismo tipico del nostro tempo, in cui il sistema di comunicazione esercita una forte influenza sulla psicologia e, da lì, sui giudizi che si è portati ad esercitate sugli eventi, spesso prima che questi eventi realmente giustifichino questi giudizi. (Ma forse il processo agisce in modo che il giudizio si limita a precedere l’evoluzione della manifestazione, e quindi, apprezza correttamente la vera importanza della sostanza di questo evento?) Il caso del Wisconsin è di per sé importante, perché illustra da una parte la disastrosa situazione del bilancio degli Stati dell’Unione, e dall’altra le forse discutibili maniere con cui le autorità intendono lottare contro questa catastrofe. Probabilmente, la politica del governatore Walker, di lotta contro il disastro del bilancio dello Stato, differisce poco da quello, a livello nazionale, del governo britannico o dell’amministrazione Obama, per considerare i due paesi che sono sia i motori della crisi che i più colpiti dalla crisi, dal punto di vista del bilancio pubblico. Ma s’è presentata e ha cominciato ad essere attuata, in circostanze generali specifiche molto particolari, quando la minaccia di chiamare la Guardia Nazionale (cioè, l’esercito dello Stato) è stata accoppiata con il formidabile eco degli eventi egiziani, per concludersi con l’immagine simbolica che si sa. Improvvisamente, gli eventi del Wisconsin tendono ad essere presentati, e quindi ad essere percepiti, come una replica della americanista “rivoluzione” egiziana, anche se le masse di persone, le cifre, i numeri, la potenza delle reazioni e degli eventi pubblici in generale, ecc., vale a dire tutti i fattori quantitativi, sono al di là di ogni confronto, ma il simbolismo dona all’analogia un interessante valore qualitativo. La reazione popolare potrebbe iniziare ad assomigliare, attraverso questa rappresentazione simbolica, a una “rivolta” del Wisconsin, con la possibilità della duplicazione e dell’espansione in altri Stati.
La ricetta è quella giusta e, come si dice, la maionese impazzisce? Oppure: è un tentativo senza futuro o l’inizio di una tendenza generale, in quanto è ben noto che il malcontento latente e sporadico, in queste circostanze di crisi, è così grande che potrebbe esserci davvero il potenziale per una mobilitazione generale? La domanda vale porsela, tanto più che la politica gioca al completo, soprattutto con la frustrazione dei democratici che sono da due anni sulla difensiva contro i repubblicani, che sentono di avere  un’occasione d’oro per lanciare una contro-offensiva che incontri un grande appeal popolare, e che sembrano voler effettivamente lanciare questa contro-offensiva (dopo il Wisconsin, l’Ohio e l’Indiana). Anche il cauto Obama sembra voler entrare in gioco, per tentare, alla fine si potrebbe pensare, di ripristinare a basso costo effettivamente la sua base politica alla sua sinistra, dal momento che è un governatore repubblicano ad essere il detonatore della cosa.
In questo tipo di circostanze, ci si dimentica la responsabilità iniziale, il governo federale (cioè Obama) ha molta più responsabilità per la sua politica durante la crisi, e per il suo rifiuto di assistere gli Stati dell’Unione in quanto tali. Ma non è molto grave o particolarmente sleale, la responsabilità, in ultima analisi, incombe su tutta la dirigenza, repubblicana e democratica che sia. Ciò che conta per noi, ovviamente, non è il problema politico, o da politicanti, ma se vi è la possibile sfida alla stabilità della situazione degli Stati Uniti in generale, e se la contestazione si estenderà; è questione di sapere se, in questa situazione, non ci sarà una “tempesta perfetta“, come evocato da Hillary Clinton per il Medio Oriente, in formazione sugli USA. A questo punto, si può semplicemente osservare che l’ipotesi non è del tutto assurda.
Comunque, finora la lezione principale è la constatazione rinnovata della grande potenza delle immagini, che assume una dimensione simbolica attraverso la diffusione da parte del sistema di comunicazione e, quindi, l’indiretta molto forte interconnessione tra gli eventi del mondo, eventi che non hanno apparentemente alcun legame tra di essi. Per la bellezza della cosa, sarebbe simpatico vedere gli Stati Uniti, che danno al mondo lezioni di “democratizzazione“, e che lo fanno anche a rischio di destabilizzare alcuni dei loro alleati strategici, trovarsi con un proprio movimento popolare che arriva a chiedere la “democratizzazione” della Gran Repubblica usurpata dal management.
fonte  

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Pure Obama ha i suoi problemi "Huge protest march opposes Wisconsin cuts"

MadisonThe crowd in front of the Capitol building in Madison, Wisconsin
An estimated 75,000 workers and young people marched in the state capital of Wisconsin Saturday in the largest of a weeklong series of demonstrations. The protests involved teachers, firefighters and other government employees around the state, along with high school and college students and thousands of private sector workers.

In addition to those marching outside, some 8,000 protesters jammed inside of the capitol building in Madison, which has been occupied by thousands of workers and students since early last week. The huge crowd dwarfed a much smaller group of right-wing Tea Party protesters bused in to support Governor Scott Walker and the Republican-controlled state legislature.
A winter storm limited the crowds at the capital Sunday—the protests were largely confined to the inside of the Capitol building—but the turnout today could be the largest yet, as it coincides with a furlough day for some 70,000 public employees. The state’s previous governor, Jim Doyle, a Democrat, imposed the furlough.
Tens of thousands have descended on Madison to protest the plan by the newly elected Republican governor to close a $3.6 billion budget deficit over the next two years through draconian cuts in social services, including a $900 million cut in public education, and imposing a de facto 20 percent wage cut for public employees who will be forced to pay larger deductions for their pension and health care plans.
Walker is also seeking to gut collective bargaining rights for public employees in the state, which was the first in the nation to have a comprehensive agreement with government workers in 1959. The measure would end automatic dues deductions and require local votes each year to maintain union recognition. In addition unions would be barred from negotiating on any issue except wages, while raises could not exceed the rise in the Consumer Price Index unless approved by a public referendum.
While workers and young people have poured into the state capital all week long to fight all of these attacks, officials from the two largest public-employee unions, the Wisconsin State Employees and Wisconsin Educational Association Council (WEAC), have already offered to accept all of the Republican governor’s economic demands. The only thing they want in return is that he drop the proposal to do away with the dues checkoff system and restrict the unions’ role in bargaining away their members’ jobs, working conditions and living standards.
In a statement WEAC President Mary Bell said, “Ask any teacher, and they’ll tell you they didn’t get into this profession for the money. We have said all along that this isn’t about pay and benefits. Let’s be very clear: we are prepared to implement the financial concessions proposed to help our state in these tough times… We will meet the governor half way, but we will not be denied our right to collectively bargain.”
Bell signaled an effort to scale back the protests in Madison, calling on teachers to go back to work next week, ending the strike wave that culminated Friday in the shutdown of the school system in Milwaukee, the state’s largest. She said, “As Monday and Tuesday roll on, people who are supposed to be in class will be in class, and we will see what the week brings.”
But at a local union meeting Sunday, Madison teachers decided they would not report for work Monday, which is not a holiday in their district. The Wisconsin State Journal reported the teachers would go back to work on Tuesday. Madison teachers have been calling in sick since last Wednesday.
Meanwhile, Walker was sticking to his budget plan Sunday, in spite of offers by public worker unions to give him the financial concessions he wants if he drops efforts to repeal their bargaining rights. The Republican governor said that the budget repair bill’s cuts to public worker benefits and its repeal of union rights were both necessary to give state and local government the “flexibility” to manage the fiscal crisis.
He also threatened that 10,000 to 12,000 state employee jobs would be eliminated if the wage and benefit cuts were not put through. “I don’t want a single person laid off in the public nor in the private sector, and that’s why this is a much better alternative than losing jobs,” Walker told “Fox News Sunday.”
In a transparent effort to split the working class, Walker has attempted to win support for his right-wing plans by appealing to private sector workers who have been hit by wage and benefit concessions and mass layoffs in the state. Thousands of these workers, however, have joined the public-employee protests, recognizing that the attack on wages, benefits and workplace rights will have a devastating affect on all sections of the working class, private and public.
State Democratic politicians have hailed the capitulation by union officials to Walker’s demands for wage and benefit cuts and proposed a “compromise,” under which the workers accept the cuts in return for preservation of bargaining rights, dues checkoff and union recognition.
State Senator Jon Erpenbach issued a statement on behalf of the Democratic caucus in the state senate, which has gone into hiding in Illinois to block the legislation temporarily by depriving the legislature of a quorum. The statement reads: “I have been informed that all state and local public employees – including teachers – have agreed to the financial aspects of Governor Walker’s request. This includes Walker’s requested concessions on public employee health care and pension. In return they ask only that the provisions that deny their right to collectively bargain are removed. This will solve the budget challenge.”
State Senate Minority Leader Mark Miller added, “We continue to call on the governor and Republicans to allow us to get serious about addressing fiscal issues and creating jobs and drop the unrelated items that do nothing to help us balance our budget.”
The Obama administration has adopted the same posture—support for the cuts, while keeping the unions involved in the process and using them as an instrument for imposing sacrifices on the workers. New White House press secretary Jay Carney told reporters on Air Force One Friday that the president “is very understanding of the need for state governments, governors, state legislatures to reduce spending, to be—to make tough choices, to be fiscally responsible. He’s doing that at the federal level, and he understands that states need to do that at the state level.”

lunedì 21 febbraio 2011

Milleproroghe: ecco tutti i 'favori' del decretone di fine anno

Dall'aiutino a Parmalat a quelli per le banche, dalle sanatorie per la casta al sostegno per i sindaci. E poi le misure sociali e i provvedimenti per lo spettacolo. Il testo 'omnibus' ora passa alla Camera per l'ok definitivo

Ormai è una sorta di appendice della Finanziaria. La legge di Stabilità è blindata? I saldi di bilancio sono intoccabili e le modifiche al testo non devono contenere aumenti di spesa? Bene, allora l'assalto alla diligenza si concentra sul cosiddetto Milleproroghe, un provvedimento 'omnibus' che serve a dilazionare scadenze, a mettere toppe e a correggere errori disseminati qui e lì.

IL MAXIEMENDAMENTO. Il decreto è passato al Senato con oltre 20 voti di maggioranza e ora deve essere approvato in via definitiva dalla Camera entro il 27 febbraio, data limite per evitarne la decadenza. Ecco le principali misure economiche contenute nel maxiemendamento sul quale il governo ha chiesto la fiducia, azzerando l'estenuante discussione in merito alle modifiche proposte dai parlamentari.

I FAVORI AI POVERI. Intanto arrivano i fondi per il 5 per mille: si tratta di 300 milioni contro i 400 originari, ma è molto più degli appena 100 milioni di cui si è a lungo parlato. Ritorna poi la social card per le persone bisognose, che sarà gestita dagli enti caritativi (nei comuni con oltre 250mila abitanti) per un periodo sperimentale di un anno. Tornano anche i 100 milioni che erano stati promessi ai malati di Sla. E slitta al 31 dicembre 2011 la proroga del blocco degli sfratti per le categorie disagiate. È stata infine rinviata al primo novembre la restituzione delle tasse per i comuni colpiti dal terremoto abruzzese.

I FAVORI ALLA 'CASTA'. Va in soffitta la cura dimagrante voluta da Calderoli per gli organi di governo locale: le città con oltre un milione di abitanti potranno avere 60 consiglieri comunali invece che 48 (un favore a Milano?) e 15 assessori invece che 12 (un favore al traballante Alemanno?). Inoltre, tornano i gettoni di presenza per i consiglieri di quartiere nei comuni con almeno 250mila abitanti. Poi, nel provvedimento c'è una piccola sanatoria per i partiti che hanno fatto tardi a presentare le pratiche per i rimborsi elettorali. Inoltre, è stato inserito un condono per le affissioni abusive: candidati e partiti potranno evitare sanzioni pagando la modica cifra di 1000 euro per ogni provincia. I radicali calcolano che così le città perderanno circa 100 milioni di euro.

I FAVORI AI SINDACI. Tuttavia i comuni recuperano qualcosa e allentano la morsa asfissiante della manovra economica d'estate. Quelli in dissesto di bilancio potranno usare gli oneri di urbanizzazione fino al 75% per la spesa corrente ancora nel 2011 e nel 2012. Si ammorbidisce poi il tetto di spesa per interessi sul debito oltre il quale non si può aumentare il debito stesso: il blocca-mutui non scatta più nei comuni dove si spende più dell'8% di interessi rispetto alle entrate (tributi, trasferimenti, tariffe), ma quest'anno il limite passa dal 15 al 12%, sarà al 10% l'anno prossimo e solo dal 2013 arriverà all'8%. In più, si rinviano le liberalizzazioni: i comuni fino a 50mila abitanti potranno tenersi le società partecipate almeno fino al 2013, mentre la manovra estiva prevedeva una dismissione immediata per le città sotto i 30mila abitanti e consentiva di mantenere una sola società a quelle fino a 50mila. In più, entro marzo ci sarà un acconto ai comuni sugli importi dell'Irpef comunale incassati. Ed è spostato di un mese, dal 31 marzo al 30 aprile, il termine per dichiarare le case fantasma.

I FAVORI AI GOVERNATORI. Le Regioni in cui sia stato dichiarato lo stato di emergenza per calamità naturali potranno decidere aumenti dei tributi, delle addizionali e dell’imposta regionale sulla benzina. La Campania, in particolare, potrà aumentare l’addizionale all’accisa dell’energia elettrica per far fronte all’emergenza rifiuti. Poi c'è lo stanziamento di 100 milioni per le spese derivanti dalle alluvioni in Liguria, Veneto e Campania e nei comuni della provincia di Messina colpiti dalle forti piogge dell'ottobre 2009. "Ma sono soldi sottratti al miliardo che il ministero dell'Ambiente dovrebbe utilizzare per la prevenzione idrogeologica", lamentano gli ambientalisti. Dopo le proteste di Ischia, passa il mini condono edilizio che riguarda la Campania e che sancisce lo stop alle demolizioni delle abitazioni abusive destinate alla prima casa. Gli abbattimenti potranno continuare soltanto nei casi di riscontrati pericoli per la pubblica incolumità.

I FAVORI ALLE BANCHE. Le imposte anticipate iscritte nei bilanci delle banche, relative a svalutazioni di crediti non ancora dedotte dal reddito imponibile, vengono trasformate in crediti d’imposta. Per Tremonti si tratta di una misura fondamentale di rafforzamento patrimoniale degli istituti di credito nell'ottica di Basilea III. Cambia anche la tassazione dei Fondi comuni di investimento: si applica sul realizzato in capo ai sottoscrittori e non più sul maturato in capo ai fondi stessi. E' prorogato al 31 dicembre 2014 il termine per le Fondazioni bancarie entro il quale dovranno ridurre la loro partecipazione nelle banche popolari sotto lo 0,5% se il superamento di tale tetto deriva da concentrazioni. Dal primo luglio parte la riorganizzazione degli uffici della Consob, che però non sarà trasferita da Roma a Milano. Per le Poste c'è la possibilità di "acquistare partecipazioni anche di controllo nel capitale di banche", ma solo per la Banca del Sud. Previsto inoltre lo scorporo delle attività di Bancoposta per realizzare un soggetto bancario autonomo. Salta invece la norma sulla revisione del calcolo del tasso usuraio: le polemiche scatenate dalle associazioni dei consumatori su un suo possibile innalzamento hanno riportato il governo a più miti consigli.

IL FAVORE A PARMALAT.
E' stata una novità dell'ultima ora e sancisce che gli utili distribuiti agli azionisti non possono superare il 50%. Inoltre sono inefficaci tutte le modifiche a questa clausola concordataria (il concordato dura fino al 2020). Dunque, è salvo il gruzzoletto da 1,4 miliardi raccolto dall'ex commissario Enrico Bondi grazie agli accordi transattivi con le banche giudicate colpevoli per il crac di Collecchio. A proposito di latte e latticini, poi, è posticipato di altri sei mesi, al 30 giugno 2011, il pagamento delle multe relative alle quote latte attualmente previsto dai piani di rateizzazione; si tratta di un altro favore alla minoranza rumorosa di allevatori vicini alla Lega. In più, si riaprono i termini per i ricorsi del lavoro da parte dei precari: per tutto il 2011 si applicherà la norma del famigerato Collegato sul lavoro che fissava al 23 gennaio i nuovi termini per l’impugnazione. Slitta infine al 20 marzo l’obbligo di mediazione nelle controversie civili e commerciali. La procrastinazione è limitata però solo a cause condominiali e a incidenti stradali.

IL (PICCOLO) FAVORE ALLO SPETTACOLO. Dal primo luglio il biglietto del cinema costerà un euro in più. Le sale parrocchiali sono escluse. La tassa serve a coprire le agevolazioni fiscali del tax shelter e tax credit al settore dello spettacolo. In più, è in arrivo un aumento di 15 milioni al fondo unico (Fus). Reintegrate anche le provvigioni pubbliche per la stampa con 30 milioni sui 50 precedentemente tolti. Il fondo per l'editoria tocca così 166 milioni, di cui 86 sono i residui dello scorso anno. Alle tv e radio locali sono invece assegnati 15 milioni. Sul fronte del passaggio al digitale ci sono 30 milioni per favorire lo switch-off. È prorogato fino al 31 dicembre 2012, ma con una modifica dei criteri, il divieto di incroci proprietari tra settore della stampa e tv. Infine, è stata dilazionata al 31 marzo la riduzione dell’aliquota fiscale (dal 20 al 12%) con il conseguente aumento del montepremi (dal 58 al 70%) destinato ai giocatori del Bingo.



Motore di risposta

Trueknowlege, il sito in grado risolvere ogni dubbio.
Si chiama trueknowledge.com ed è già on line. Segni particolari: è il primo 'motore di risposta' del web. Lo ha messo a punto un gruppo di scienziati dell'università di Cambridge con l'obiettivo di cambiare per sempre le abitudini dei naviganti. Il sito non si limita, infatti, a cercare gli argomenti riconducibili alla parola chiave digitata dagli utenti, come fanno i maggiori motori di ricerca esistenti, primo fra tutti Google. Ma riesce a rispondere direttamente alle domande poste da chi lo utilizza attraverso una sofisticata tecnologia messa a punto in questi ultimi anni.
RISPOSTE PRECISE E DETTAGLIATE. È, insomma, un vero e proprio 'motore di risposta'. Chi lo ha già utilizzato, le pagine sono consultabili, giura che questa scoperta rappresenta il futuro del web. I più arditi arrivano a definirlo il primo sito intelligente della storia. Nella parte superiore della pagina c'è uno spazio bianco, simile a quello di Google, che invita a digitare una domanda.
Basta scrivere la propria curiosità (per il momento soltanto in inglese) per veder comparire una risposta dettagliata. Se per esempio se si scrive: «Quando è il compleanno di Bob Dylan?», appare una risposta secca e chiara: «Il compleanno di Bob Dylan è il 24 maggio».
NESSUN COLLEGAMENTO A SITI. Nessun rimando ad altre pagine internet, ad articoli o ricerche precedenti: a domanda diretta il sito risponde in modo diretto. Semplicemente «il motore è in grado di soddisfare milioni di domande, da quelle più curiose e particolari a quelle scientifiche», ha spiegato il co fondatore William Tunstall-Pedoe. «La novità è che non collega l'utente ad altre pagine, ma risponde alla domanda. E se non è in grado di farlo, spiega di non sapere la risposta».
Il sito non sa ancora tutto ma, continua Pedoe, «più informazioni riusciremo a immagazzinare maggiore sarà la sua efficienza. Con il tempo questo motore potrà trasformarsi nel più potente database di avvenimenti della nostra storia >>.