involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 28 gennaio 2011

No voi andare Italia in barca


27 / 1 / 2011
La foto è di Ainara Makalilo. Su Rebelion potete vedere gli altri suoi scatti e leggere la preziosa analisi di Alma Allende, in spagnolo. L'ha scattata martedì nella piazza della kasbah di Tunisi, dove da ormai cinque giorni, ventiquattr'ore su ventiquattro, i giovani delle regioni più povere del paese presidiano la sede del governo per chiedere le dimissioni degli uomini vicini al regime del deposto di Ben Ali, supportati da scioperi e manifestazioni in tutto il paese.
Nella foto si vede un manifesto appeso al muro della sede del primo ministro, su cui c'è scritto in italiano: "No voi andare Italia in barca". È un messaggio per la nostra ipocrita Europa, che ama riempirsi la bocca di retorica sui diritti umani, ma che per 23 anni ha appoggiato uno stato di polizia che ha represso ogni forma di libertà in questo paese, in nome della lotta al terrorismo. I ragazzi oggi in piazza sono gli stessi che fino all'anno scorso prendevano il largo per Lampedusa. Ed è lo stesso il loro coraggio. Quello di chi rischia la vita in mare o sfida i fucili dei cecchini del regime nelle proteste di piazza con uno stesso rivoluzionario obiettivo: cambiare il proprio destino. Un concetto che evidentemente sfugge a un reazionario come il vicesindaco di Milano, che nelle rivolte del sud del Mediterraneo legge soltanto il pericolo di un'invasione di ladri e accattoni.
L'immagine di questo manifesto appeso alla Kasbah di Tunisi dice esattamente il contrario. Dice per una volta che quell'altrove dove si realizzano i sogni dei poveri, può trovarsi nella propria terra. E dice che arriverà soltanto con la lotta. È straordinaria la loro determinazione. Come è straordinaria, in senso negativo, la capacità del vecchio sistema di potere di riorganizzarsi, di ignorare questa splendida piazza, forte anche di un certo disfattismo che si va diffondendo nella classe media tunisina, che ormai chiede solo il ritorno alla normalità, poco importa con quali ministri, per far girare meglio gli affari, alla faccia dei disprezzati "cafoni" del sud che da una settimana occupano la piazza simbolo del potere, sede del primo ministro, del Tesoro e del municipio di Tunisi. Dopotutto chi ha un reddito assicurato ha già la sua quota di libertà, basta scendere a patti con il sistema clientelare che regna in questo paese. Ma chi non ha niente, che siano i giovani dei quartieri popolari di Tunisi o i contadini del sud, non intende perdere di nuovo la cosa più preziosa che ha conquistato: la libertà. E una controprova di questo è che il numero dei tunisini che si stanno imbarcando per l'Italia è straordinariamente basso, nonostante gli allarmismi della stampa italiana, come al solito disabituata all'analisi e alla comparazione. Una ventina di ragazzi al giorno da un paese di dieci milioni di abitanti. Un pugno di avventurieri. Niente rispetto alle migliaia di persone che lasciarono il paese nella seconda metà del 2008 dopo il fallimento delle rivolte di Redeyef e la spietata repressione che ne seguì. Proprio perché la speranza di un cambiamento reale è ancora viva. La stessa speranza, non lo dimentichiamo, che spinge quanti stanno preparando il viaggio opposto, di ritorno, da Milano, Parigi o Berlino a Tunisi libera. Infine mi sembra ci sia un'altra interpretazione. No voi andare Italia in barca, suona anche come un'invocazione carica di sgomento. Cioè a dire, che dopo aver versato tanto sangue per la causa della libertà e della democrazia, se dovesse rivelarsi tutto inutile, se dovessero uscirne di nuovo sconfitti e umiliati, che altre strade rimarrebbero a questi ragazzi? Fondamentalmente due: prendere il mare o prendere le armi. Detto questo consigliamo a tutti di leggere l'analisi di Alma Allende su Rebelion, sono in spagnolo, ma sono molto interessanti e soprattutto, a differenza di tanti editoriali scritti da Milano o Parigi, sono scritte sul campo, da Tunisi.

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